Il 2-10 complessivo con cui l’Atalanta è uscita agli ottavi di Champions contro il Bayern Monaco, con il ritorno che Palladino si è giocato meglio al di là del risultato, non cancella il fatto che quello bergamasco sia stato il migliore club italiano in questa stagione internazionale, con tutto il rispetto per le coppe minori. E soprattutto che sia stato l’unico in Italia, dai tempi della Sampdoria di Mantovani, a cambiare davvero status senza fermarsi a qualche stagione miracolosa: 5 partecipazioni alla Champions nelle ultime 7 stagioni, merito del lavoro di Gasperini ma anche di una società che ha saputo cambiare senza perdere l’anima, digerendo errori (ma con il senno di poi) come Juric e le tante scommesse da 20 milioni che sono costrette a fare i grandi club. A questo punto, con il Como 7 punti avanti, è realistico pensare a un anno di Purgatorio in Europa League, via Coppa Italia o campionato.
Cambio di status non significa cambio di bacino di utenza, se non nel lungo periodo. Fra le 8 qualificate ai quarti di Champions ben 6 (Real Madrid primo, Bayern terzo, Barcellona quarto, Arsenal quinto, Liverpool sesto, PSG ottavo) sono nei primi 8 posti per monte ingaggi nel 2025/26, con il City secondo uscito con il Real, mentre l’Atletico Madrid è undicesimo e l’intruso di stagione è lo Sporting Lisbona, più di quanto in quella parte di tabellone lo sarebbe stata l'Inter (a proposito, e il 'modello norvegese'? Mah...). Insomma, la Superlega con qualche inserimento per salvare la faccia 'democratica' di Ceferin. L’Atalanta spende per i suoi giocatori meno di un quarto (59 milioni contro 248) rispetto al Bayern e non è che i club più ricchi abbiano sempre dirigenti incapaci che riequilibrino un po’ la competizione. Alla fine l’unica cosa davvero da copiare dagli americani era ed è il salary cap, senza dimenticare che solo da questa partecipazione alla Champions l’Atalanta ha incassato 70 milioni di premi più gli incassi da stadio: potrebbe insomma spendere molto di più, anche se gli sventolatori di bilancio hanno anestetizzato le tifoserie.
Raramente un’uscita dal campo polemica ha generato dibattiti come quella di Rafael Leão contro la Lazio, situazione che uno di mondo come Allegri avrebbe dimenticato un minuto dopo il suo verificarsi ma che invece sta venendo usata come preparazione del terreno mediatico per la cessione di un giocatore amatissimo dai tifosi del Milan più giovani (il numero di magliette vendute non mente, soltanto Modric quest’anno è stato al suo passo) e nelle ultime sette stagioni spesso decisivo, anche in partite in cui è stato quasi inesistente. Al portoghese non stanno giovando tre cose: il linguaggio del corpo che fa stizzire anche i compagni, non solo Pulisic, quando il risultato non arriva, la posizione tattica (lui è al massimo a sinistra nel 4-2-3-1 o nel 4-3-3 alla Pioli) e il fatto che sia stato uno dei grandi colpi della coppia Boban-Maldini, anche se poi da opinionista Boban non gli ha risparmiato critiche, mentre Maldini rimane innamorato di lui. Nell’orrido mondo del player trading, che una volta riguardava soltanto provinciali con l’acqua alla gola, è facile pensare che Leão venga ceduto per 'reinvestire' su qualche scarto di Premier League.
Cosa cambia per il Como con la morte di Michael Hartono? In teoria poco, perché il fratello Robert era ed è il più interessato fra i due al calcio e ai progetti immobiliari legati alla squadra. I due riservatissimi imprenditori indonesiani, mai visti al Sinigaglia mentre i loro figli (più quello di Robert) qualche volta sono apparsi, hanno di fatto delegato tutto a Suwarso, abile nell'inserirsi nel partito dominante in Lega e legato un po' di più a Robert, con la sua visione di un lago Disneyland. In altre parole, chi pensa di non avere più il Como come concorrente sta sbagliando. Poi è chiaro che il fondatore è sempre un'altra cosa.
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