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Il ritmo di Inter-Napoli

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© LAPRESSE
Chivu e Conte in pressing, Nazionale senza stage, la ripartenza di Bove e l'Italia senza Macclesfield Town

L’Inter-Napoli di ieri a San Siro, finito 2-2 ma più soddisfacente per il Napoli, c’entra poco con il resto della Serie A e non perché le squadre di Chivu e Conte siano le favorite per lo scudetto (non lo sono molto più di Milan, Roma e Juventus, in questo campionato in cui a tutte manca qualcosa) ma per il ritmo notevolissimo che si è visto, al di là dei gol. Un ritmo che ci viene naturale paragonare alla Premier League, anche se il Liverpool di Slot ha un’intensità diversa dal Crystal Palace di Glasner. È interessante notare che Napoli e Inter, sesta e settima, sono ben piazzate nellla classifica della mitologica PPDA (in parole povere: il numero di passaggi medi permessi agli avversari prima di fare un’azione difensiva aggressiva), la misura dell’intensità del pressing, ma non sono le migliori della Serie A. Prima dell’Inter ci sono il Bologna di Italiano, il Como di Fabregas, e fin qui si poteva anche non misurare, ma anche Genoa, Atalanta e Torino, la cui stagione è stata altalenante, con il Milan di Allegri all’ultimo posto. Insomma, pressing e ritmo possono appagare l’occhio ma non sono tutto. 

Nessun rinvio di partite di campionato, nessuno stage. La Nazionale di Gattuso si giocherà il Mondiale, il prossimo 26 marzo a Bergamo contro l'Irlanda del Nord e poi (eventualmente) in trasferta contro Galles o Bosnia, dopo quattro mesi di nulla, nemmeno un paio di giorni per guardarsi in faccia. Situazione comune a quasi tutti i commessari tecnici, senza contare il fatto che Donnarumma, Calafiori, Tonali e Retegui con la Serie non c'entrino: non è che l'Italia vincerà o perderà per questi due giorni in meno di team building. Semmai questo orientamento della Lega indica che guardare il Mondiale da spettatori per la terza volta consecutiva non sarebbe vissuto dal sistema come una tragedia. Al netto della nostalgia il Mondiale per nazionali ha smesso da decenni di essere il centro del calcio, pur rimanendo il motore finanziario della FIFA: è una grande festa globale, oltre che un'occasione unica per diventare icone pop, ma non è più collegato o collegabile allo stato di salute di un movimento. Sembra un discorso da mani avanti, ma gli addetti ai lavori sono i primi a pensarla così. Certo è meglio qualificarsi. 

Si torna a parlare di Edoardo Bove calciatore, a poco più di un anno dall'arersto cardiaco durante Fiorentina-Inter e dopo mesi in cui lo si è visto soprattutto alle partite dell'amico Cobolli. In sintesi: la Roma ha lasciato libero Bove e Bove ha lasciato libera la Roma, visto che in Italia un calciatore con un defibrillatore sottocutaneo non può avere l'idoneità sportiva. Giusto? Eccesso di prudenza? Non facciamo i cardiologi di Google, registriamo soltanto che in tutti i grandi campionati europei Bove potrebbe giocare: in alcuni, tipo la Premier League, senza nemmeno chiedere in autorizzazioni, in altri come Liga e Bundesliga soltanto dopo avere superato una serie di controlli. Solo in Italia, e secondo logica anche in Nazionale, la carriera di Bove a 23 anni è finita. 

L'impresa del Macclesfield Town allenato da John Rooney, fratello di Wayne, che nel terzo turno di FA Cup ha eliminato il Crystal Palace detentore ma soprattutto squadra di altro pianeta (Premier League contro National League North, primo livello del calcio inglese contro sesto), fa riflettere sulle tante riforme della Coppa Italia giacenti sui tavoli di Gravina e soprattutto di Simonelli (la più radicale prevede il coinvolgimento anche di tutta la Serie D), visto che formalmente l'organizzatrice è la Lega di A pur arrivando le partecipanti fino alla C (4 squadre). Ecco, nessuna di queste è più forte della mentalità delle squadre più deboli, anche della bassa Serie A, che sapendo comunque di non poter vincere il trofeo (ma questo lo sa anche il Macclesfield Town) e soprattutto che ai loro tifosi della Coppa Italia importa zero, mandano in campo squadre sperimentali più di frequente rispetto all'Inter o al Napoli della situazione. A condire il tutto la mancanza di incentivi finanziari, che però dovrebbero essere un effetto e non la causa. 

stefano@indiscreto.net