Immaginate Milano in una sera d’autunno del 1986, quando le vetrine di via Monte Napoleone riflettono le luci della città, i locali cominciano a riempirsi e, nelle case degli italiani, la televisione privata sta cambiando il modo di raccontare il Paese. È la Milano degli yuppie e dei paninari a Piazza San Babila, delle giacche con le spalle larghe e delle Timberland, degli investimenti e delle grandi ambizioni. Una città “da bere”, come suggerisce il celebre spot dell’amaro Ramazzotti, che si è appena convinta di essere diventata internazionale e non ha alcuna intenzione di fermarsi.
A qualche chilometro di distanza, dentro un palazzetto, c’è Robert, un 35enne americano di Greensboro (Carolina del Nord). Si guarda intorno, si allaccia le scarpe e si appresta a iniziare un nuovo capitolo della sua carriera nel basket: ha calcato i parquet del Madison Square Garden, del Boston Garden e del The Forum. Ha conosciuto la pressione delle finali NBA, è stato MVP della lega più importante del mondo e adesso si trova a Milano. Indossa una maglia che pesa, con lo sponsor Tracer e lo scudetto tricolore in bella mostra. È il 1986 e nessuno può ancora sapere che quell’uomo, arrivato in Italia quando molti pensano che la parte migliore della sua carriera sia ormai alle spalle, sta per diventare uno dei protagonisti di una delle stagioni più importanti nella storia dell’Olimpia.
“Doo, Doo, McAdoo!”
Per capire il reale significato dello sbarco di Robert McAdoo in Italia bisogna attraversare l’oceano e tornare all’America dei grandi palazzetti e delle franchigie NBA, perché prima di Milano c’era stata una carriera che aveva portato il giocatore ai vertici assoluti del basket mondiale. Bob era stato un prodigio: Rookie of the Year nel 1973, MVP della NBA nel 1975, tre volte miglior realizzatore, cinque volte All Star. Aveva vestito le maglie di Buffalo Braves, New York Knicks, Boston Celtics, Detroit Pistons e New Jersey Nets, prima di approdare ai Los Angeles Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, con i quali avrebbe aggiunto alla propria collezione due anelli NBA (1982 e 1985).
Quando Bob mette piede in Italia, sembra di assistere all’arrivo di un extraterrestre: un pezzo della storia del basket mondiale sceglie l’Europa, la Serie A1 italiana, ed è proprio questo a rendere l’operazione incredibile: nel 1986, vedere un ex MVP NBA scegliere Milano, a 35 anni, sembra quasi una scena proveniente da un altro mondo. La Tracer, però, non vuole soltanto un nome altisonante, ma un profilo che possa aggiungere esperienza, talento e mentalità vincente a una squadra costruita per il palcoscenico internazionale. L’entusiasmo dei tifosi per l’acquisto del gigante statunitense, accolto dallo storico coro “Doo, Doo, McAdoo” al suo debutto in A1 (21/09/1986 contro la Reyer Giomo Venezia), è palpabile, ma i problemi per il classe 1951 non tardano ad arrivare: il basket europeo, per intensità e fisicità, non regala nulla. Nemmeno a un ex MVP NBA.
La sera dei miracoli
La prima grande lezione arriva in autunno. È il 30 ottobre 1986, quarti di finale in Coppa dei Campioni: la Tracer fa visita all’Aris Salonicco di Nikos Galis e Panagiotis Iannakis e viene travolta 98-67, con 31 punti di differenza che sanno quasi di condanna; Galis ne segna 44 e Milano, a cui non bastano i 26 punti di un McAdoo decisamente sottotono, torna a casa con una sconfitta che fa rumore. Una di quelle serate che non si dimenticano, soprattutto in una città dove la pallacanestro è diventata una questione di orgoglio e dove la nuova Tracer vuole dimostrare di essere pronta a sedersi al tavolo delle grandi d’Europa. La sconfitta in terra greca è netta e fa scattare definitivamente l’allarme: solo due settimane prima, l’Olimpia era caduta sul parquet di Brescia, in campionato, battuta dai padroni di casa dell’Ocean. Il nervosismo dentro lo spogliatoio biancorosso è alle stelle e sfocia con la clamorosa contestazione pubblica di Roberto Premier che si scaglia contro il suo coach, Dan Peterson, reo di non trasferire sufficienti motivazioni a McAdoo, definito con l'infelice epiteto di “corpo estraneo”. È la sliding door della stagione milanese, la scintilla che muta il corso della storia.
Da quel momento nulla sarà più come prima. Una settimana più tardi infatti, il 6 novembre 1986, l’Aris arriva a Milano e il PalaTrussardi è chiamato a spingere i suoi campioni verso l’impresa delle imprese: la Tracer deve ribaltare il -31 dell’andata e quella sera il parquet meneghino diventa il teatro di una partita irripetibile. Milano incanta l’Europa, travolge l'Aris 83-49 (storico +34), neutralizza l’estro del duo Galis-Iannakis e completa una delle rimonte più clamorose della propria storia. Non è soltanto una qualificazione, ma la dimostrazione che quella squadra può giocare ad armi pari con le grandi d’Europa e che McAdoo (12 punti a referto e tanto lavoro sporco, quello invocato da Premier nel rovente post partita di Brescia) ha trovato il proprio posto dentro un collettivo pronto a entrare nella leggenda dalla porta principale.
L’eleganza al potere
L’aspetto più positivo di McAdoo è che non sembra mai un giocatore arrivato ai titoli di coda della carriera: ha 35 anni, ma possiede ancora una combinazione di talento, coordinazione e forza fisica che in Europa appare quasi irreale, perché è alto e potente ma sa muoversi con la leggerezza di un’ala, può giocare spalle a canestro, uscire dall’area e colpire dalla media distanza, prendere il rimbalzo e correre il campo. Non è soltanto una questione di numeri e statistiche, ma di presenza, perché quando la partita entra nei minuti decisivi l’esperienza di McAdoo diventa un vantaggio evidente: ha giocato troppe partite importanti per lasciarsi condizionare facilmente dalla pressione e sa quando accelerare e quando prendersi il tiro. È il vantaggio invisibile di chi, sul parquet, ha già visto – e vinto – tutto.
Accanto a lui c’è una squadra che sembra fotografare perfettamente la Milano di quegli anni: internazionale, ambiziosa, elegante e affamata. Mike D’Antoni è il cervello, Dino Meneghin la tradizione, Roberto Premier la modernità, Ken Barlow la freschezza e l’atletismo mentre coach Dan Peterson il ponte fra il basket italiano e quello americano. E McAdoo? Bob è il simbolo più evidente della Tracer, un fuoriclasse arrivato nel cuore di una città che vuole misurarsi con l’Europa e con il mondo.
La notte di Losanna
Il 2 aprile 1987, a Losanna, la storia prende una direzione definitiva, perché l’Olimpia affronta il Maccabi Tel Aviv nella finale della Coppa dei Campioni e una sola partita, un solo verdetto, separa Milano dal titolo di campione d’Europa. Il Maccabi è una squadra durissima, Kevin Magee una presenza enorme sotto canestro, e Milano sa che servirà una partita perfetta per arginarlo. McAdoo non tradisce, segna 21 punti e rimane dentro la partita quando ogni possesso pesa, fino a un finale degno di un film: la Tracer è avanti 71-69, il Maccabi ha l’ultima possibilità. Doron Jamchy prende il tiro che potrebbe cambiare la storia della serata ma il pallone non entra e il rimbalzo finisce nelle mani di McAdoo. L’apoteosi è totale: Milano si laurea campione d’Europa e per l’Olimpia è il ritorno sul tetto continentale dopo più di vent’anni; per McAdoo, invece, è la dimostrazione che la sua seconda esperienza sportiva in Europa non è una parentesi, ma una storia nuova che a 35 anni gli ha già regalato un titolo europeo e l’ingresso nella leggenda.
Il trionfo della Milano da bere
La stagione 1986-87 diventa un romanzo perfetto: la Tracer conquista lo scudetto, la Coppa Italia e la Coppa dei Campioni, completando un Grande Slam che consegna quella squadra alla storia del basket italiano e continentale. McAdoo è il protagonista offensivo e, nella finale di Coppa Italia contro Pesaro, al PalaDozza di Bologna, ne mette 29 nella vittoria per 95-93. I numeri però raccontano soltanto una parte della storia, perché quello che resta davvero è la sensazione di essere dentro un’epoca di profondi cambiamenti. Milano sta vivendo anni di grande accelerazione economica e culturale: la moda diventa industria globale, la pubblicità trasforma i consumi in stile di vita, la televisione privata cambia il linguaggio degli italiani e la città comincia a raccontarsi come una capitale europea. L’Olimpia entra nelle case, nei giornali e nelle conversazioni, diventando una delle immagini più riconoscibili di una realtà ambiziosa, veloce e con lo sguardo sempre rivolto al futuro. La squadra è poi perfetta per raccontare quel tempo: lo sponsor Tracer, il celebre modello di rasoio elettrico prodotto dalla Philips, noto negli anni Ottanta come "il rasoio dei giovani campioni", è guidata in campo dall’estro di un playmaker statunitense, un coach statunitense e un ex MVP NBA. È una squadra internazionale in una città dalla forte vocazione internazionale e McAdoo ne diventa il simbolo. Per antonomasia.
La leggenda
Quarant’anni dopo, quella Milano e quel mondo sembrano lontanissimi. Sono cambiati i palazzetti, le divise, le competizioni, la televisione e persino il modo di vivere il basket; la NBA è diventata un fenomeno planetario e il mercato europeo ha assunto dimensioni che allora nessuno avrebbe potuto neanche immaginare. Eppure basta una fotografia ingiallita per tornare indietro e riassaporare momenti forse irripetibili: c’è D’Antoni con il pallone, Meneghin con la fascia da capitano, Premier che corre, Peterson in panchina e poi c’è lui, Bob McAdoo, il gigante americano arrivato nella Milano da bere degli anni Ottanta. Quando tutti correvano verso il futuro, Bob aveva già alle spalle una carriera che avrebbe potuto appagarlo per sempre.
Milano gli chiese un’ultima grande impresa e lui ne regalò più di una: in quattro stagioni, dal 1986 al 1990, vinse due Coppe dei Campioni, due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Intercontinentale. Vittorie indimenticabili che hanno lasciato un segno profondo nella storia del club. Ma soprattutto Bob lasciò in eredità un modo alternativo di essere campione e punto di riferimento: arrivare in un altro continente con un curriculum già monumentale e riuscire comunque a costruirsi una seconda storia, diversa dalla prima e proprio per questo ancora più affascinante.
L’ultimo fotogramma
Forse, allora, per raccontare Bob McAdoo non serve ricordare soltanto i 21 punti della notte di Losanna e il titolo di MVP delle Final Four di Coppa dei Campioni assegnatogli nel 1988 a Gand (ancora una volta contro il Maccabi), ma bisogna tornare a quella Milano, alle sue luci, alle sue ambizioni, alle vetrine illuminate, ai locali pieni e ai palazzetti che la sera si trasformavano in teatri, mentre fuori la città continuava a correre verso un futuro che sembrava non avere limiti. McAdoo arrivò proprio lì, nel momento in cui Milano aveva deciso di non accontentarsi più: la città desiderava il mondo, l’Olimpia ambiva all’Europa e un campione americano che aveva già conquistato l’America aveva ancora fame di successi.
Così le loro strade si incrociarono e nacque una storia difficile da replicare, perché Bob portò all’ombra del Duomo la memoria della NBA e la città gli restituì qualcosa che nessun anello americano avrebbe potuto dargli, una seconda giovinezza lontano da casa. Ed è sufficiente tornare a quella sera di primavera a Losanna: il tiro di Doron Jamchy che non entra, il rimbalzo, le mani di McAdoo, l’ultima sirena e la Tracer campione d’Europa. Dentro quel palazzetto, per un istante, il tempo si è fermato e c’è Bob che stringe la Coppa.