Il trentaduesimo scudetto dell’Olimpia Milano non è stato certo una sorpresa, semmai la sorpresa è stata che non se lo sia giocato in finale con l’ultima Virtus Bologna dal buon budget. Nella pallacanestro delle porte girevoli lo scudetto dell’EA7, conquistato dopo gara 4 sul campo della Reyer, è al tempo stesso l’inizio e la fine di un’era. Perché per Poeta potrebbe essere il primo di una lunga serie, perché per molti giocatori è stato il primo (non per Ricci e Tonut, arrivati a quota cinque, contro i quattro di Shields e i due di Flaccadori) e l’ultimo, perché il roster che ha appena vinto sarà in estate quasi completamente ribaltato come in possato avveniva dopo i fallimenti. Ecco, in questa stagione il fallimento è stato mancare la post-season di Eurolega, ma il tripletino italiano (la Supercoppa vinta con Messina in panchina) significa aver fatto il proprio dovere e non è una cosa scontata.
E il futuro? Nebo è stato di fatto liberato e andrà al Barcellona, LeDay tornerà al Partizan Belgrado, l’MVP della finale Brooks si è accordato con l’ASVEL di Tony Parker, Ellis prenderà i dollari NCAA a St. John’s, Mannion è indeciso fra i progetti romani e quello ancora più fumoso di Gerry Cardinale con Varese coinvolta, Shields è a fine contratto e ha tante offerte che l’Olimpia parzialmente ridimensionata rispetto a quando Giorgio Armani era in vita (bisogna dirlo) non pareggerà, pur rimanendo per ora la squadra italiana con il monte ingaggi più alto, in attesa delle mosse della Roma di Nelson-Doncic e di quella ipotetica di Matiasic. In entrata i grossi nomi sono Alec Peters, Jason Burnell e il ritorno di Devon Hall, ma ci sarà tutta l’estate per parlarne.
Adesso va onorata una squadra che secondo la narrazione anti-Messina era stata costruita male, anche se la realtà ha detto che non era vero, pensando anche alle tante partite buttate in Eurolega, anche con Poeta: è stato fatto un grande sbaglio su un Lorenzo Brown vicino al capolinea, ma per il resto ognuno era al suo posto e dopo un po’ di ambientamento anche Guduric è tornato vicino ai suoi livelli, mentre dal punto di vista emotivo questa Olimpia è stata la squadra di Bolmaro e Shields, con tutto il rispetto per le fiammate di Brooks e la strapotenza fisica di Nebo quando è stato in condzioni decenti.
Domanda antipatica ma doverosa: l’Olimpia tenendo Messina alla guida tecnica avrebbe vinto con la relativa facilità con cui l’ha fatto, passando su Reggio Emilia, Brescia e Venezia? Probabilmente avrebbe vinto lo stesso, ma non ci sono dubbi sul fatto che Poeta abbia dato alla squadra un’impronta difensiva che prima non aveva: un’intensità abbastanza costante, Shields agente speciale sui giocatori chiave avversari, la versatilità di Guduric, l’aggressività fisica nei minuti più brillanti del Bolmaro-time. Nella metà campo offensiva la pallacanestro di oggi non ha bisogno di grandi invenzioni e Poeta non ne ha fatte, cavalcando con intelligenza i giocatori più caldi. A dirla tutta, agli occhi del tifoso Olimpia medio il grande pregio di Poeta è quello di non essere Messina e di essere quindi connesso con l’ambiente: l’Olimpia della prossima stagione sarà totalmente sua, in una serie A che le ambizioni di Roma e Napoli forse renderanno più interessante e più presente sui media. Scudetto da non sottovalutare.
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