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Stelle Comete – Hossan Mido

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Di storie come quella che vi vado a raccontare è piena la memoria calcistica ma ciò non scalfisce talvolta il senso di amarezza che mi pervade quando mi appresto a rispolverarle, specie se si ama il calcio giovanile e ci si trova per gioco a scommettere sul futuro ad alti livelli di fenomeni in pectore. Uno di questi in tempi recenti rispondeva al nome di Hossam Mido, attaccante egiziano che nel corso della sua (breve) carriera ha girato un po’ ovunque con alterne fortune. A 16 anni giù impressiona in Patria con lo Zamalek, attirando da subito le mira di prestigiosi club europei. La tappa belga al Gent è significativa di un’accresciuta maturità, nel contesto di una realtà più competitiva e lui replica l’exploit “casalingo” mettendo a referto 11 reti in 22 partite. Arriva così all’Ajax, non in uno dei suoi momenti migliori ma pur sempre nell’elite calcistica, specie per quanto concerne la formazione, la crescita e soprattutto il lancio di giovani talenti. E’ una squadra largamente multietnica, assieme all’attaccante mancino troviamo Ibrahimovic (svedese), Maxwell (brasiliano) e Chivu (rumeno), di due anni più anziani o il sudafricano Pienaar, mentre l’ala autoctona è ben rappresentata dall’esterno Van Der Meyde (transitato poi anche all’Inter) e dai più giovani Van Der Vaart e Sneijder, tutti dal futuro assicurato, sono pronti a scommettere gli addetti ai lavori. Ma in mezzo a tanto fulgido talento sono proprio i due piloni offensivi Mido e Ibrahimovic, così armoniosi nell’unire prestanza e forza fisica associandola squisitamente a indubbie doti tecniche, a colpire l’immaginario di molti. Amici – rivali, come si evince dall’autobiografia dello svedese del Psg, in campo sono magari incostanti e giocoforza acerbi ma fioccano i gol (per Mido nella fattispecie 21 in 40 presenze, mantenendo così la prodigiosa media di un gol ogni due gare in pratica). Già nel 2002 il giovanissimo egiziano è votato miglior giocatore africano dell’anno, a testimonianza del fatto che le aspettative, fino a quel momento corroborate dai fatti, erano più che legittime. Il parallelo però con Ibra termina di diritto qui: mentre l’ex tra gli altri di Juve, Inter e Milan inizierà a mietere successi personali e di club anno dopo anno, per Mido comincerà una vorticosa giostra fatta di sali-scendi paurosi. Dalla fugace, seppur positiva, esperienza spagnola al Celta Vigo (4 gol in 8 partite) fino al Marsiglia, dove terminerà la stagione 2004 con 7 reti in 22 gare, alternando giocate magistrali a pause incomprensibili e un difficile rapporto con l’ambiente, eccolo approdare nella capitale italiana per la stagione 2004/2005, nella sponda giallorossa del Tevere. Mido non ha ancora 25 anni ma qualcosa è andato perso, la maturità tanto sospirata non è ancora giunta a compimento, specie a livello comportamentale, mentre a livello tecnico paga, oltre che una obbiettiva difficoltà di ambientamento, una scadente condizione fisica che lo fa apparire tutto fuorchè in forma per guidare l’attacco di una compagine ambiziosa a livello italiano ed europeo. Il suo tabellino finale sarà impietoso, il peggiore della sua carriera: 8 miseri gettoni di presenza “vergini”, non bagnati da nessun gol e passaggio in velocità ad un’altra realtà ostica, il Tottenham Hotspur. A Londra però Mido sembra rinascere, mostrando a intermittenza tutto il talento di cui dispone. Ormai da anni non si esibisce più all’ala sinistra, giostra piuttosto da punta centrale, dove può far valere il suo metro e 90 d’altezza e le sue capacità acrobatiche: tornerà a un discreto bottino di realizzazioni, 12 in 39 partite, non sufficienti a conti fatti per guadagnarsi la conferma. Le successive tappe inglesi avvengono in piazze calde, seppur “minori”, quali Middlesbrough e Wigan, dove il suo apporto sarà per lo più irrilevante, con un totale di 7 gol in 2 anni. Ma al di là delle impietose e crude statistiche – che nel caso di un attaccante spesso però giocoforza vanno a fare la differenza – ciò che colpisce negativamente in lui è il non saper mantenere alti i livelli di professionalità e gli standard atletici, considerando che in carriera, a parte qualche infortunio di poco conto, non si può dire che abbia dovuto superare grossi ostacoli da questo punto di vista. Le sue intemperanze caratteriali sono altresì note pure a livello di nazionale, se è vero che già nel 2006 lui, che dell’Egitto è l’autentica stella su cui puntare a mani basse, a causa di un grosso litigio col suo allenatore, viene escluso a Coppa d’Africa in corso in quella che sarà un’edizione storica, terminata con la vittoria nella manifestazione della sua squadra, davanti al pubblico di casa. Alla soglia dei 30 anni Mido si trova così ormai in un limbo, “costretto” a rientrare in patria per una “improvvisata” stagione in patria, nello stesso club che lo lanciò come professionista, lo Zamalek. 1 gol soltanto e l’impressione tangibile che gli fossero venute meno ogni forma di motivazione. Dal 2010 al 2013 tra West Ham, i successivi revival con Ajax e Zamalek e una tappa transitoria al Barnsley, nella scorsa stagione in Championship salvatosi per il rotto della cuffia, essendo giunto quart’ultimo in graduatoria, ha accumulato un totale di 18 presenze, segnando 5 reti, preludio di un precoce ma a quel punto quasi scontato prematuro addio al calcio giocato. Ad appena 31anni (essendo nato al Cairo nel febbraio dell’83) Mido è il più giovane allenatore della storia egiziana. Lui giura di aver messo la “testa a posto” e di essere pronto a tornare (o diventare) protagonista in questa nuova veste, che lo carica sicuramente di nuove responsabilità. Ha rifiutato la panchina delle giovanili del Psg per seguire il cuore, allenare lo Zamalek e lanciare talenti che, come lui, partiti da questo club potranno magari diventare importanti a livello internazionale, se solo saranno in grado di trovare il giusto equilibrio tra doti tecniche e caratteriali, connubio in lui clamorosamente non andato a buon fine, altrimenti starei qui a scrivere di un attaccante in grado di segnare un’epoca. (a cura di Gianni Gardon)