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La Premier umilia la Serie A

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Lunga vita alla Premier League. Che durante le feste natalizie e di Capodanno ci ha alleggerito con gioia il peso delle stremanti mangiate. Un peccato che la Serie A abbia perso invece l'ennesima, perfetta occasione per farsi pubblicità nel resto del pianeta. Mentre gli inglesi mostravano al mondo stadi pieni, grande agonismo in campo, firme importanti come quelle di Dzeko o di Van Persie sul tabellino dei marcatori, i nostri eroi della pelota stavano a casa con le famiglie o in tournée invisibili. In questa piccola vicenda scritta sotto l'Albero è contenuto tutto il distacco, il divario, la distanza che corre oggi tra la Premier e la Serie A. A Londra ragionano in modo globale, da Hong Kong all'Australia, stando comunque attenti a non danneggiare con troppe dirette televisive interne l'affluenza negli impianti. E sfruttano i giorni di vacanze dei tifosi per offrire loro il manifesto migliore. Lo spettacolo non è solamente sul campo, ma anche nella comunicazione. Sul web, tra twitter e siti, si gioca una partita parallela a quella del campo. Bellissima. Noi siamo fermi all'età della pietra: stadi deserti, calciatori sempre più vecchi e meno famosi, le ferie natalizie salvaguardate come fossimo davanti a studenti liceali. Ma la cosa più comica sono i nostri dirigenti, incapaci di ragionare oltre Latina o Viterbo. Quasi nessuno di loro conosce l'inglese, si esprimono a gesti quando devono parlare nella lingua di Shakespeare. Non viaggiano in Cina o in altre platee emergenei a esportare il nostro pallone, si accontentano delle gite fuori porta e delle polemiche per la rubrica del loro opinionista di riferimento. Tutto inizia e finisce in quella solita rubrica, si preoccupano unicamente delle rassegne stampe. Spero che tra gli articoli ci sia finito anche quello di stamani sulla frenata degli ascolti della Serie A in tv: vuoi mai che qualcuno si svegli tra Figc e Lega calcio. L'unico modo per rilanciare il calcio italiano sarebbe spazzare via un'intera generazione di vecchi e bolsi dirigenti, sostituendoli con nuovi e più capaci. Abbiamo grandi competenze e modernità in personaggi come Michele Uva, responsabile del centro studi della Federcalcio, o in Marco Brunelli, direttore generale della Lega calcio. Due che sanno viaggiare nel pianeta e confrontarsi alla pari coi modelli stranieri. Ma devono restare sempre un passo indietro per non disturbare i Grandi Manovratori. Non vorrei neanche dimenticare i tanti collaboratori che dietro di loro stanno crescendo, cui auguro di trovare una buona occupazione fuori dell'Italia. Qua è tutto inutile: prevale sempre chi comanda sui voti dei dilettanti della Campania o del Veneto rispetto a chi riflette su un calcio diverso. Che tristezza.