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Il paradosso di Pistorius

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La Paralimpiadi sono onestamente inguardabili come spettacolo sportivo, con tutto il dovuto rispetto per donne e uomini che hanno reagito a sfortune e tragedie aiutandosi con lo sport e con una enorme forza di volontà. E non sono nemmeno un granché come spirito sportivo in senso stretto, con il doping ormai diffuso quasi come ai Giochi 'veri' e pratiche ai confini dell'immaginazione (su tutte il boosting, una cosa troppo raccapricciante per descriverla: diciamo che serve ad aumentare la pressione sanguigna). Per questo la polemica dell'uomo simbolo del movimento, Oscar Pistorius, il velocista e quattrocentista sudafricano che partecipato anche ai Giochi di un mese fa, contro la lunghezza delle protesi (di chi lo aveva battuto sui 200, ovvio), è stonata e paradossale. Prima di tutto perché lui stesso in passato è stato oggetto di accuse simili (non tanto per la lunghezza, quanto per l'elasticità delle stesse), reagendo stizzito con il supporto dei media buonisti. E poi perché il mondo paralimpico è strutturalmente non omogeneo, dal punto di vista dell'equità competitiva, nonostante il proliferare di categore e sottocategorie di handicap. Senza contare che atleti amputati a una gamba gareggiano contro biamputati e di solito ovviamente vincono (lo ha fatto nei 100 l'inglese Peacock, con Pistorius quarto), mentre il range dell'ipovedenza è così ampio che per essere onesti ognuno dovrebbe gareggiare contro se stesso. Rai e Sky stanno facendo un lavoro meritorio, dando spazio a questa manifestazione con risultati di audience oltretutto nemmeno disprezzabili, ma questo non toglie che lo sport paralimpico sia competitivo con quello dei normodotati soprattutto nelle sue degenerazioni. Twitter @StefanoOlivari