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Monti di demagogia

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Il calcio è pieno di luoghi comuni, del resto senza snobismo anche noi ci campiamo. Raramente però ne abbiamo ascoltati tanti come quelli elencati dal presidente del Consiglio Mario Monti durante la conferenza stampa con il premier polacco Tusk, al di là della frase da titolo sui due-tre anni di stop che gioverebbero al mondo del pallone. Come molte persone, Monti mitizza un imprecisato 'calcio di una volta' che sarebbe stato più vero e più vicino alla gente, da contrapporre a quello corrotto e senza valori di oggi. Non occorre leggere i libri di Carlo Petrini, basta una cena con un qualunque ex calciatore rimasto ai margini del giro, per comprendere quante partite aggiustate ci siano state nel corso dei decenni (e senza nemmeno scommesse, spesso), nell'indifferenza di media ignoranti o più spesso conniventi (quanti pietosi articoli del corrispondente locale, a base di 'le squadre non si sono fatte male' o di 'hanno contato le motivazioni'), quindi abolire il calcio proprio mentre sta facendo pulizia è senza senso. Era forse meglio quando si nascondeva la polvere sotto il tappeto? L'uscita di Monti ha però almeno un pregio, quello dell'onestà: perché in un momento economico e sociale come questo il calcio servirebbe come non mai per canalizzare la rabbia, l'intelligenza (quando c'è) ma anche la violenza di milioni persone. Insomma, dal punto di vista dell'ordine pubblico meglio un calcio marcio che nessun calcio. Detto questo, non si capisce a cosa potrebbero servire questi due anni di riflessione: probabilmente a niente, come la giornata di nulla per Morosini. La gente guarderebbe Real-Barcellona su Sky e scommetterebbe su Liverpool e Bayern, aspettando senza troppa ansia che la giostra del paesello ricominci a girare. E quindi? Probabilmente Monti, forse mal consigliato, ha creduto di recuperare consenso nel paese occupandosi di un argomento popolare e ripetendo il mantra del bar. Una cosa tipo Berlusconi-Zoff del 2000, più o meno. Stefano Olivari, 30 maggio 2012