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Il ventennio di Del Piero

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Del Piero, Totti, Zanetti: il banalometro rischia di segnare i valori massimi, dopo il mercoledì speciale di tre uomini che non ci sembra offensivo definire ex campioni: fra gol pesantissimi e record di presenze, hanno ricordato al mondo che tutti siamo destinati a diventare 'ex' ma che solo una ristretta elìte ha goduto della grazia di far parte del gruppo dei campioni. Bandiere del cuore e del marketing per le rispettive tifoserie, ci offrono il prestesto per parlare di cosa abbia rappresentato nella storia della Juventus quello che è l'uomo copertina del giorno. Del Piero è stato il volto del quarto dei grandi cicli bianconeri, dopo quello della prima metà degli anni Trenta, quello di Sivori-Charles-Boniperti e il decennio trapattoniano. Acquistato da Boniperti nel 1993, a 19 anni, dal Padova, Del Piero non folgorò subito Trapattoni. Che del resto in carriera ha lanciato giovani solo quando le circostanze lo hanno costretto. Così si divise fra minuti da riserva (ma destando sempre grande impressione) in prima squadra e partite da protagonista con la Primavera allenata da Cuccureddu: con lui quella stagione la Juventus vinse il torneo di Viareggio (che contava poco, mentre oggi conta pochissimo) e soprattutto il campionato (che contava tanto, mentre oggi conta tantissimo). Anche la stagione dopo, con Lippi allenatore e la Triade (oggi al 66,6% radiata dallo sport) al potere, le premesse non sembravano buone: Vialli, Ravanelli, ma soprattutto Baggio gli promettevano un'altra annata da riserva. Invece riuscì ad essere decisivo nella conquista dello scudetto e della Coppa Italia, in quella che per qualità di gioco rimane la più bella Juventus dell'era Moggi-Giraudo-Bettega-Lippi, guadagnandosi anche la convocazione dell'allora commissario tecnico azzurro Sacchi. La vera svolta grazie a Moggi, ma solo per motivi tecnici: venne lasciato partire a parametro (la sentenza Bosman sarebbe arrivata solo pochi mesi dopo) verso il Milan un Roberto Baggio ritenuto in declino, per puntare su Del Piero. Scelta giustissima, sintetizzata da una Champions League per lui strepitosa ben al di là della vittoria finale e dall'invenzione del 'gol alla Del Piero' (il padre di tutti i gol alla Del Piero quello al Borussia Dortmund). Altri due scudetti, il Mondiale 1998 rovinatogli dalla resurrezione di Baggio e dalle sue condizioni precarie, per arrivare all'8 novembre 1998 e all'infortunio di Udine al ginocchio sinistro: così come i ronaldiani duri e puri sostengono che il loro idolo è finito, ad un certo livello, a 22 anni, certi delpieriani dicono 24. Certo è che nelle due stagioni con Ancelotti sulla panchina bianconera non si vide il Del Piero 'di una volta' nonostante la stima dell'allenatore all'epoca omaggiato di simpatici e genuini striscioni. Una buona precisione ai rigori, una malcelata antipatia reciproca con Inzaghi, poca continuità e due amari secondi posti: uno con scudetto alla Lazio, dopo la irregolare partita di Perugia (un autentico scippo subito dalla Juve, con gli occhi di oggi ma anche con quelli dell'epoca, visto che il regolamento sulla ripresa del gioco in caso di intemperie era chiaro: le dinamiche dei rapporti Moggi-Geronzi sopirono le polemiche sul nascere), e uno alla Roma dopo il giochetto sugli extracomunitari. La rinascita con il ritorno di Lippi, un altro Mondiale fallito (in panchina Trapattoni, non certo il primo dei suoi tifosi), gli ultimi fuochi della Juve di Moggi e finalmente un Mondiale vinto anche se da comprimario. Il resto, dal post Calciopoli a Conte, è storia di oggi, che non riproponiamo perché vorremmo rispondere alla domanda iniziale: quale è il posto di Alex Del Piero nella storia della Juventus? Senza stare ovviamente a compulsare statistiche tipo presenze, gol, scudetti, eccetera... Parliamo proprio di importanza assoluta. A nostro modesto avviso in vetta rimane Giampiero Boniperti, come giocatore e come dirigente. Difficile che venga eguagliato da Del Piero, vista l'opinione (sbagliata) che ha di lui Andrea Agnelli. Al secondo posto Roberto Bettega, superiore a Boniperti come giocatore e molto più vicino a un'idea di juventinità adorata dai tifosi bianconeri e detestata dagli altri. Al terzo Michel Platini, quello che ha fatto in cinque stagioni rimane nel cuore di chiunque senza barriere di tifo, quello che sta facendo e che farà per il calcio mondiale rimarrà nei libri. Al quarto Virginio Rosetta, per la sua importanza anche nella storia economica (il suo trasferimento dalla Pro Vercelli per 50mila lire segnò un'epoca) e tecnica (pur in tempi di Metodo, anticipò per sue caratteristiche individuali il ruolo del libero, mentre il 'gemello' Caligaris era più difensore-distruttore) del calcio italiano. Al quinto pur essendo tentati da Scirea metteremmo proprio Del Piero, primo fra i non piemontesi (Platini ha ascendenze). Bandiera in un'epoca in cui questo concetto si è perso pur avendo paradossalmente ancora più senso, capace come pochi campioni di adattarsi ad un cambiamento di status. Per tornare all'inizio dell'articolo, facciamo fatica a ricordare panchine di Zanetti anche quando avrebbe fatto meglio a riposare mentre Totti ha sempre messo nel mirino chi ha osato sostituirlo. Del Piero non l'ha mai presa bene, ma ha sempre accettato di essere un Del Piero diverso da quello che rimarrà nella memoria di tutti. Forse avrà il privilegio di chiudere con un trionfo la sua vita juventina, come il Jonathan E. di Rollerball. Se lo meriterebbe. Twitter @StefanoOlivari