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Il progetto Wenger non era Koscielny

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Nei quasi 16 anni con Arsene Wenger in panchina non ricordiamo un Arsenal peggiore, come qualità media dei singoli e come atteggiamento, di quello visto negli ottavi di Champions League contro il Milan. Questa serata no, resa peggiore dal fatto che in campo di solito ci sono gli avversari (e nell'occasione uno Zlatan Ibrahimovic sempre meno prima punta e sempre più calato nella parte di super-Totti), ci regala il pretesto per ricordare il numero astronomico di volte in cui per un grande club in crisi o in generale per il calcio italiano si invoca il mitico 'progetto'. Salvo poi accorgersi che con il progetto i bilanci possono forse andare in pareggio (non è detto, comunque), ma di sicuro non si vince niente per l'eternità. Sta accadendo qualcosa di simile con Luis Enrique alla Roma: grandi complimenti mediatici per i giovani lanciati, ma un sesto posto in classifica che può essere ritenuto accettabile solo quest'anno. Perché se i giovani diventeranno campioni pretenderanno di essere pagati da campioni, come De Rossi, mentre se non lo diventeranno i campioni andranno comprati sul mercato e soprattutto pagati. Sempre che agli americani interessi vincere e non tenere calda la società in attesa di qualcun altro. Sempre che il progetto non si riduca ad uno schema sulla lavagna, il 4-3-3, che viene applicato anche nei tornei aziendali. Ma dicevamo di Wenger... Non si tratta di un'autolesionista, ma di un allenatore che dopo anni di grandi obbiettivi ha dovuto adattarsi alle esigenze di bilancio della società. I cultori della bacheca sapranno che fra le altre cose ha vinto tre volte la Premier League (1997-98, 2001-02 e 2003-04) e che in quegli Arsenal Koscielny e Gibbs avrebbero fatto fatica anche a portare le borse. Non perché siano cattivi giocatori, Koscielny ha sfiorato la nazionale francese e Gibbs era nel giro di Capello, ma solo perché non sono campioni. Nella prima occasione la squadra si basava sulla storica difesa con Seaman in porta, dietro al quartetto Dixon, Adams, Bould e Winterburn, con Patrick Vieira (di lì a poco sarebbe diventato campione del mondo) e Dennis Bergkamp a illuminare il resto. Un 'resto' dove c'erano comunque Petit, Platt, Overmars, Wright e Anelka... Il secondo titolo arrivò con parte di quel gruppo, migliorata poi da altri campioni: Sol Campbell titolare al posto di Adams, Ashley Cole a sinistra, Ljungberg e Pires sulle fasce del centrocampo, con in attacco davanti a Bergkamp inientemeno che Thierry Henry (proprio quello visto a San Siro, ma invecchiare non è una colpa). In panchina Van Bronckhorst, Wiltord, Kanu e altri migliori di quasi tutti i titolari attuali. Terzo titolo vinto più o meno con la stessa squadra, fatta eccezione per Kolo Touré in difesa e Gilberto Silva in mezzo al campo. Tutto questo prima che il mega-stadio di proprietà, altro nostro mito provinciale, e la proprietà americana (Stan Kroenke: proprio quello dei Denver Nuggets NBA, dei St. Louis Rams NFL e di mille altre squadre) poco avvezza per mentalità a pazzie stile Borgorosso, costringessero Wenger a virare sul 'progetto'. Potevamo dirlo con meno parole: senza campioni puoi mostrare anche ottimo calcio (quello dell'Arsenal attuale comunque non lo è), ma non vincerai mai. Nel giudicare 'vincente' o 'perdente' un allenatore bisogna tenerlo presente. Wenger non è un pazzo, senza vincoli finanziari avrebbe preferito avere in mezzo al difesa Thiago Silva. Twitter @StefanoOlivari