Ottobre 1980: l’autunno ancora esisteva, dopo un’estate che aveva prosciugato le lacrime di Bologna; la lotta armata stava per spegnere le sue fiamme mentre quello che Roberto D’Agostino avrebbe definito “edonismo reaganiano” era ancora di là da venire; l’”Amico” per antonomasia era quello di Renato Zero, inossidabile al primo posto nella classifica dei dischi più venduti. Il giorno 11 di uno dei mesi più romantici dell’anno comincia una storia che vibra su tacchetti accordati come uno Stradivari le cui note nascono a destra per risuonare di un’eco mancina agli antipodi di un traversone.
L'incipit
Gli azzurri di Enzo Bearzot sono di scena in Lussemburgo, in una gara di qualificazione alla Coppa del Mondo del 1982. Un gol di Fulvio Collovati al minuto al minuto 33 indirizza la gara; al 77’ arriverà il raddoppio di Roberto Bettega, quattro minuti dopo il calcio di rigore fallito da Giancarlo Antognoni. Nel frattempo, al posto di “Spillo” Altobelli ha fatto il suo ingresso in campo Bruno Conti. È la prima volta del fantasista di Nettuno con la Nazionale maggiore. Comincia così una storia di finte, di dribbling, serpentine e accelerazioni che è la sublimazione di ciò che Conti vive ed esibisce con la maglia della Roma: il giallorosso e l’azzurro nella sua carriera si alimentano a vicenda col comune nutrimento di una tecnica sopraffina e di un estro fuori dal comune. Il “Vecio” Enzo Bearzot da quella partita in poi capisce due cose: l’astro di un grande giocoliere come Franco Causio comincia a brillare un po’ meno; soltanto Bruno Conti ha i numeri e la fantasia per raccoglierne il testimone.
La partenza
Quell’11 ottobre del 1980 parte un “viaggio” lungo sei anni e scandito da 47 partite e 5 gol, nessuno dei quali può essere definito banale ma uno in particolare rappresenta la summa tecnica di ciò di cui è capace Bruno Conti in termini di rapidità, controllo, intuito e precisione al tiro. È anche il più importante, tra quei gol. Apologia di un ventesimo minuto: è il 18 giugno, l’Italia di Enzo Bearzot affronta il Perù a Vigo, girone iniziale del Mondiale spagnolo; Conti, un metro e mezzo circa prima della lunetta dell’area di rigore, riceve un passaggio in orizzontale dal lato sinistro: il peruviano che prontamente esce per impedirgli la conclusione, non comprende - del resto facciamo fatica, ogni volta che lo rivediamo, a capirlo noi - quanto gli accade: una finta a cui l’occhio di chi assiste non riesce a stare appresso, un dribbling con il tacco che incenerisce il malcapitato e prende per mano il ricordo di Garrincha; a quel punto sul lato destro si spalanca l’angolo per il tiro. Ma non è il suo piede. Non era? Sono le ovvie domande degli umani, dove giocano gli dei certi dubbi non hanno luogo: parte un terra - aria dal suo piede teoricamente debole, con traiettoria leggermente arcuata verso l’esterno, che il portiere Quiroga può soltanto applaudire, ammesso che sia riuscito a vederlo.