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Quando Batistuta fece impazzire Firenze

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Con una doppietta al Milan, il 25 agosto 1996, il Re Leone regalò la Supercoppa italiana alla Fiorentina

La Supercoppa del 25 agosto 1996 ha iniziato a giocarsi molto tempo prima. Perché la rivalità che oppone Fiorentina e Milan ha una data di nascita precisa. Almeno per quanto riguarda i suoi presidenti. Nel pomeriggio del 18 luglio 1992 ventimila tifosi viola si ritrovano davanti a un palco tirato su a due passi dalla basilica di Santa Croce, a Firenze. È una scenografia studiata a tavolino per creare qualcosa di molto vicino alla sindrome di Stendhal. Ma anche per mostrare a tutti l’opulenza della nuova Fiorentina. Qualcuno ha parlato di una presentazione della squadra alla Berlusconi, ma Vittorio Cecchi Gori, che non ama essere utilizzato come comparativo di minoranza di qualcun altro, preferisce chiamarla «all’americana». Uno dopo l’altro i giocatori della Fiorentina sfilano sul palco. Poi Vittorio Cecchi Gori prende la parola e assicura che la squadra andrà in Coppa Uefa. Come minimo. Prima ancora che riesca a finire la frase la piazza esplode in un boato. È chiaro a tutti che a Vittorio Cecchi Gori non basta vincere. Il suo obiettivo è diventare il nuovo Berlusconi. Dimostrare che con i suoi film può costruire una squadra ancora più competitiva di quella di Sua Emittenza. È un’idea talmente vicina al concetto di hybris da contenere al suo interno già il seme del suo fallimento. Solo che nessuno riesce ancora a vederlo. Mario Cecchi Gori è talmente convinto di aver costruito una squadra capace di lottare per il vertice che confida: «Se non arriviamo in Europa mi sparo». Alla fine della presentazione Franco Zeffirelli va ancora oltre: «Un consiglio alle squadre competitive che vogliono contrastare Juventus e Milan. Devono stare attente a due cose: alla stampa e agli arbitri. Chi spende centinaia di miliardi per costruire una squadra, non ci mette niente a pagare 200 milioni a un arbitro»La battaglia dialettica è pesantissima. Quella che va in scena il 4 ottobre 1992 sul prato verde del Franchi ancora di più. Il campo mostra la superiorità della Viola. Ma solo per un quarto d’ora. Baiano porta in vantaggio la Fiorentina. Ma il risultato finale segna 3-7 per il Milan. È un risultato che inaugura un periodo complicato per la Fiorentina, che culminerà con l’esonero di Radice e lo sprofondo in Serie B. La risalita è veloce. Ma per tornare a gioire i tifosi della Fiorentina devono aspettare il maggio del 1996, quando Batistuta trascinerà i viola alla vittoria della Coppa Italia contro l’Atalanta.

Cecchi Gori contro Berlusconi tra calcio, politica e televisioni

Intanto il dualismo tra Cecchi Gori e Berlusconi assume i contorni della Guerra Santa. Almeno per il patron della Fiorentina. Vittorio, che era sceso in politica (era diventato senatore del PPI) proprio per creare un fronte di opposizione al Cavaliere, non vuole neanche sentir parlare di paragoni. Anzi, è pronto addirittura a querelare i giornali per una questione di centimetri. «Ero alto 1,72. Da quando sono diventato l’anti-Cavaliere sono sceso di colpo a 1,65. Mi hanno tolto 7 centimetri d’altezza ’sti bischeri!». Il 1995 è l’anno in cui il conflitto si radicalizza. Il 4 giugno durante la sfida a Firenze contro il Milan succede di tutto. Cecchi Gori ha una reazione isterica. Dopo un fallo di Maldini su Batistuta, Vittorio si alza, fa una piroetta, inizia a protestare vistosamente contro Adriano Galliani, seduto qualche fila più in alto. Il vicepresidente del Diavolo non è uno che ama incassare. Così con gesti smisuratamente ampi invita Cecchi Gori ad andare a quel paese. Vittorio si infiamma e attacca a urlare contro il suo avversario. È il momento più grottesco di una battaglia che sta per conoscere un’intensità surreale. Una settimana dopo la sfida tra viola e rossoneri si andrà alle urne per le consultazioni referendarie. Si tratta di dodici quesiti che spaziano dagli orari degli esercizi commerciali fino alla legge elettorale dei comuni. La parte più importante, però, riguarda il futuro della televisione, con la possibilità di abrogare alcune disposizioni contenute nella Legge Mammì del 1990.

Il referendum del 1995 e lo scontro sul futuro della televisione

La questione è politica e polarizzante. Nel maggio del 1994 Silvio Berlusconi era diventato presidente del Consiglio dei Ministri, ma la maggioranza del centrodestra si era frantumata quasi subito a causa dei continui attriti fra Forza Italia e la Lega Nord. Così a dicembre il Cavaliere si era dimesso e a metà gennaio del 1995 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva affidato a Lamberto Dini, incidentalmente anche tifoso della Fiorentina, l’incarico di formare un nuovo governo. Per Berlusconi l’appuntamento con il referendum diventa fondamentale. Non tanto per capire se la sua coalizione ha ancora presa sull’elettorato, quanto per il rischio di vedere ridimensionato il suo impero mediatico. Perché le questioni sul tavolo possono stravolgere il volto della televisione italiana. Gli elettori possono di fatto esprimersi sulla privatizzazione della Rai e su una riforma volta a evitare che le concessionarie pubblicitarie lavorino per tre emittenti nazionali. Il punto più importante, però, è un altro. Uno dei quesiti referendari vuole abrogare la norma che consente a un solo soggetto privato di possedere più di una rete televisiva nazionale via etere. In caso di vittoria del “Sì” Berlusconi dovrebbe di fatto trasformare Italia 1 e Rete 4 in emittenti satellitari o in pay per view, condannandole a una difficile sopravvivenza.

È l’inizio di un confronto che non può che concludersi con la sconfitta totale di una delle due parti in causa. Il centrosinistra si autonomina paladino di un interesse comune. Il centrodestra si stringe attorno a Berlusconi che grida all’esproprio. Il 4 maggio 1995 Vittorio Cecchi Gori pranza con Romano Prodi, ossia con il futuro candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi. È un incontro che le parti definiscono “privato”, ma che unisce due personaggi impegnati a fronteggiare lo stesso avversario. All’uscita Vittorio Cecchi Gori si cala nella parte del rivoluzionario e inizia a sparare parole pesanti. «Oggi sopra la politica c’è la comunicazione, e Berlusconi ha 10 reti, Fininvest, Rai, Telepiù e Rete A, più l’80% delle locali e un po’ di giornali, poi uno si domanda com’è che si diventa Presidenti del Consiglio. Medioevo, siamo al medioevo!». E ancora: «Io voglio fare il terzo polo tivù, ma sono disposto a cedere tre quarti della proprietà se vogliamo fare un tetto del 25 per cento come in Francia: purché valga per tutti. Altrimenti mi tengo la mia, o le mie televisioni e vado avanti fino a che Berlusconi non manda a bombardarmi la casa».

La tensione serpeggia per un mese intero. Poi alla vigilia di Fiorentina-Milan Cecchi Gori interviene alla cerimonia per i trent’anni dei Viola club. E non smette un attimo di parlare. «Al referendum voterò e farò votare sì» dice. «La Publitalia è una specie di piovra che gestisce tutto» garantisce. «Batistuta non giocherà mai nel Milan» giura. La rivalità è così esasperata che appare evidente anche in campo. Gli insulti pubblici di Cecchi Gori a Galliani finiscono per evocare un sortilegio. Perché a undici minuti dalla fine Marco Simone segna su rigore. In quel 4 giugno 1995 il Milan vince sul campo 1-2. La Fiorentina chiude il suo campionato al decimo posto. È fuori dall’Uefa, impantanata ancora una volta nel terreno fangoso dei rimpianti. Batistuta ha segnato 26 reti ed è diventato capocannoniere della Serie A. Ma ora ha in testa obiettivi molto diversi.

Supercoppa italiana 1996: la vittoria della Fiorentina sul Milan

È una premessa fondamentale per capire il peso della Supercoppa italiana di vent’anni fa. Si gioca il 25 agosto al Meazza, eppure tutta Firenze viene attraversata da una scossa elettrica. Un trofeo che fino a qualche anno prima era irrilevante diventa improvvisamente arbitro di un dualismo che fino a quel momento esisteva più nelle parole di Cecchi Gori che nei fatti. «Quella tra Vittorio e Berlusconi era una rivalità politica e imprenditoriale – racconterà qualche anno dopo Emiliano Bigica, ex centrocampista viola –, Cecchi Gori ce lo ripeteva in continuazione. Ogni volta che giocavamo contro il Milan ci martellava per tutta la settimana. Poi fissava premi partita altissimi, ci faceva regali importanti». Quella sera l’aria di Milano è pesante. Per l’umidità che inzuppa le maglie. Per i fumogeni che strozzano il respiro. All’undicesimo minuto Sandro Cois sfila il pallone a Desailly e lancia in avanti verso Batistuta. La sfera taglia il campo velocemente, ma quando si abbassa infila l’argentino nel collo di un imbuto. Batistuta è solo, proprio sul limite dell’area di rigore, con Franco Baresi a sbarrargli la strada e Paolo Maldini appiccicato alla sua schiena. La maggior parte degli attaccanti finirebbe per farsi smaterializzare da due che in quel momento compongono la metà esatta della difesa più forte del mondo. Gabriel invece trasforma uno stop di destro in un pallonetto, un sombrero che scavalca Baresi succhiando via il talento dal suo corpo in una frazione di secondo. Il 6 rossonero copre il pallone spostandosi verso sinistra, solo che l’argentino lo svernicia accelerando sulla destra e si ritrova solo davanti a Sebastiano Rossi. E tutti sanno già come andrà a finire.

L’euforia si scioglie una decina di minuti più tardi, quando il genio intermittente di Dejan Savicevic decide di accendersi fino a raggiungere un’intensità abbagliante. Il fantasista si allarga sulla destra e converge verso il centro muovendosi in una danza sinuosa che manda fuori tempo prima Amoruso e poi Schwarz. Subito dopo il 10 rossonero fa un paio di passetti e scaglia un sinistro secco che si infrange contro la base del palo e schizza alle spalle di Toldo. Il resto della partita è una guerra di trincea fra la voglia di vincere e la paura di perdere. Va avanti così fino a sette minuti dalla fine, quando la scarpa nera di Desailly picchia forte contro le caviglie di Batistuta. La punizione è centrale, ma dista venticinque metri dalla porta di Rossi. Gabriel sistema la palla e indietreggia di qualche metro. Con le mani appoggiate sui fianchi e la maglia bianca fuori dai pantaloncini viola. Quando Treossi fischia, l’argentino avanza veloce. Fa un passo, due passi, tre passi. Poi scaglia in porta un destro che sorvola la barriera e plana sul palo opposto a quello coperto da Rossi. Gabriel apre le braccia e trotterella con una faccia stirata dalla meraviglia. Dopo qualche secondo cambia direzione, si avvicina alla telecamera, scocca un bacio e ci urla dentro tre parole: «Irina, te amo! Irina, te amo!». È una dichiarazione d’amore che si fa esultanza, qualcosa di molto vicino alle «parole private pronunciate in pubblico» di una poesia di T.S. Eliot. Il problema è che la destinataria della dedica non si accorge di niente. Irina è nella casa di Forte dei Marmi insieme ai bambini. E lì non c’è il decoder per sintonizzare la televisione su Tele+. Qualche ora dopo una sua amica le racconta quello che è successo. E la donna si scioglie in un pianto commosso.

Quell’esultanza entra nella storia. Perché regala la Supercoppa alla Fiorentina. Ma anche perché genera un effetto perverso. Nel nuovo campionato Batistuta fatica a imporsi. Tanto da sembrare un giocatore molto diverso da quello capace di mettersi in tasca le difese della Serie A. Per tutta Firenze iniziano a circolare storie tra il pettegolezzo e la calunnia. I giornali lo definiscono «fuso», «rintronato». È l’inizio del periodo più basso nella favola d’amore tra Batistuta e Firenze. E per ricomporre questa frattura servirà tempo. Molto. Ma questa è un’altra storia.