Il cuoio

Giovanni Udovicich, più di una figurina

La morte della bandiera del Novara è quella di una persona che ha sfiorato le tragedie del Novecento e vissuto da protagonista un calcio popolarissimo ma al tempo stesso umano. La riduzione a icona pop non gli rende giustizia...

La morte di Giovanni Udovicich, a 79 anni, non riguarda soltanto il vago concetto di ‘calcio di una volta’, quello che si rimpiange di default senza spesso averlo mai guardato, ma l’Italia di una volta ed il suo rapporto con il calcio. La bandiera del Novara, 516 partite in 19 stagioni fra Serie B e Serie C, era anche ai suoi tempi in qualche modo il simbolo di un calcio vicino alla gente. Un calcio in cui la differenza fisica, mediatica e finanziaria fra un idolo sportivo e i suoi tifosi aveva dimensioni notevoli ma ancora tollerabili.

Intendiamoci, non è che i difensori centrali del Novara di adesso guadagnino come Van Dijk o Sergio Ramos, ma nella Serie A dell’epoca di Udovicich i campioni (diciamo quelli di Juventus, Inter e Milan) guadagnavano abbastanza giusto per comprare un po’ di case e mettere in piedi un’attività commerciale, quasi sempre destinata al fallimento. E non era poi soltanto una questione finanziaria, ma proprio di rapporti umani. Con pochissimi filtri, ad ogni livello. In altre parole, questo è il calcio di una volta che bisognerebbe rimpiangere e non certo quello che si vedeva in campo nei tempi della tivù in bianco e nero, lento e ostruzionistico oltre la decenza. E nemmeno più onesto di quello del 2019, stando ai racconti di chi era in campo.

Ma tornando a Udovicich, il fatto di avere passato tutta la carriera con la stessa maglia era particolare anche ai suoi tempi, così come era particolare la sua statura: un ragazzo di 1 e 85 nell’Italia degli anni Cinquanta era considerato un gigante. Un’Italia che aveva rimosso la tragedia degli esuli istriani, così come del resto l’Italia di adesso: Udovicich era nato a Fiume, l’odierna Rijeka, e nel dopoguerra la sua famiglia fu costretta, nel 1947, ad emigrare nel quadro della pulizia etnica organizzata dai comunisti jugoslavi. Un tentativo di stabilirsi a Genova, ma non era aria perché gli esuli istriani da molti erano considerati fascisti quando in realtà la loro unica colpa era di essere italiani.

Finalmente un po’ di serenità a Novara, dove il bambino Giovanni si ambientò subito bene e fece in tempo ad innamorarsi del Grande Torino, più immaginato che visto. Il secondo amore calcistico fu l’immenso Silvio Piola, che a 34 anni dopo due stagioni nella Juventus proprio nel 1947 venne a chiudere la carriera nel Novara. Molti lo ritenevano finito, ma il campione del mondo del 1938 trascinò il Novara in Serie A e con questa maglia giocò in Serie A per altre sei stagioni, fra cui quella dello storico ottavo posto 1951-52: era la squadra allenata da Giovanni Varglien, che in campo oltre a Piola aveva un'altra vecchia gloria del Mondiale 1938 come Pietro Rava e Bruno Pesaola. Il giovane Udovicich entrò nelle giovanili del Novara come centravanti, nei suoi sogni alla Piola, ed è sempre come attaccante che esordì nel calcio professionistico. I pochi gol segnati e la grande stazza fisica lo fecero poi retrocedere in difesa: se una cosa del genere accade nelle giovanili dell’Ajax (che dalle società collegate prendono quasi solo attaccanti) siamo tutti a sbavare, ma succedeva anche nel Novara di sessant’anni fa.

Udovicich, ‘Nini’ per ogni tifoso del Novara, diventò un’icona anche perché a 25 anni, complice la caduta dei capelli, ne dimostrava 40. Ma al di là del romanticismo fu diverse volte sul punto di essere ceduto, in un calcio dove non esisteva la firma contestuale (sarebbe arrivata nel 1978, due anni dopo il ritiro dello stopper) e quindi il giocatore o andava dove lo spedivano o smetteva di giocare. Tanti i compagni nel Novara che avrebbero avuto una carriera di livello più alto (da Zaccarelli a Garella, da Felice Pulici a Delneri), anche se nessuno è stato un mito come figurina Panini al livello di Udovicich. Un mito che fra l'altro non gli rende giustizia ed anzi in qualche modo sottolinea una sua atipicità: invece Udovicich era pienamente un uomo (già a 25 anni si era uomini) del suo tempo. 

Il finale di carriera fu da film, con il Novara che lottava per la promozione in Serie A (in quella squadra c’erano Claudio Garella in porta, ma anche Sandro Salvioni e Alberto Marchetti) e proprio in una delle ultime partite, in casa contro la Ternana, Udovicich si ruppe il menisco. Impossibile, a quei tempi e a 36 anni, tornare ad un certo livello, quindi il ritiro divenne inevitabile. Una mezza idea di allenare, poi l’idea intera di rimanere tutta la vita nella sua Novara. La Banca Popolare di Novara non poteva negargli un posto e così il campione della gente normale avrebbe fatto fino alla pensione un lavoro normale. Molto più di una figurina.