Il cuoio

L'intervista impossibile: Gaetano Scirea

Da bambino tifava Inter, ma divenne simbolo e bandiera della Juventus. Esempio di eleganza e correttezza (nessuna espulsione in carriera), divenne campione del mondo con l'Italia di Bearzot nel Mundial '82. Abbiamo immaginato di incontrare il libero bianconero, un fuoriclasse dentro e fuori dal campo

Quando la notizia dell’incidente arrivò a Zoff, Dino non ci voleva credere. Fu colto di sorpresa, abbattuto dal tragico percorso che il destino aveva riservato a Gaetano Scirea, amico prima ancora che compagno di mille avventure sportive, vissute insieme tra sguardi, silenzi e parole essenziali. Un’imprecazione, un calcio al pullman che stava rientrando da una vittoriosa trasferta a Verona mentre Gaetano avrebbe già dovuto essere tornato a casa da un viaggio in Polonia per visionare gli avversari di coppa, la voglia di trovare una scappatoia inesistente all’insopportabile dolore della verità. Perché ricordare Scirea parlando di Zoff? Perché era uno dei suoi migliori amici, probabilmente il migliore. E perché, nelle dichiarazioni rilasciate su quel compagno così affine, il portiere della nazionale campione del mondo in Spagna ha saputo indicarne i tratti essenziali di calciatore e di uomo: del giocatore, quando era in attività, ebbe a dire che era il successore di Beckenbauer e Krol; dell’uomo, sottratto troppo presto alla vita, ha dichiarato di patire la mancanza dei suoi silenzi. Affermazioni emblematiche, esaustive pur nella loro sintesi essenziale, che in questa intervista immaginaria proviamo a distendere in un dialogo che aiuti a restituire il ritratto di un uomo, un calciatore, impareggiabile.           

Gaetano, sei ricordato oggi come uno dei migliori interpreti a livello mondiale del ruolo di libero al fianco di figure monumentali come Beckenbauer e Krol. Addirittura Mario Sconcerti ti ha definito “un trequartista nella sua area di rigore”.
Sai, a me è sempre piaciuto giocare a calcio, trattare il pallone, partecipare alla creazione delle azioni offensive. Da ragazzino nella mia stanza avevo i poster di Rivera e Suarez, non era un caso. E nelle mie prime esperienze nelle giovanili dell’Atalanta ho giocato prima all’ala e poi più accentrato in mezzo al campo. Avendo un buon piede non riuscivo a immaginare di fare il difensore che spazza i palloni in tribuna. Il calcio, anche nel cuore della difesa, per me doveva avere una grazia che mi piaceva esprimere col mio stile di gioco.

Quindi come ti inventasti libero?
Fu Ilario Castagner, quando ero nella Primavera dell’Atalanta, a chiedermi di giocare alle spalle dello stopper Percassi, l’attuale presidente dei bergamaschi. L’esperimento andò bene…

A proposito di nerazzurri: è vero che da bambino tifavi per l’Inter?
(Accenna un sorriso) Avevo una simpatia, è vero. Mi piaceva molto il modo di giocare di Facchetti.

Allora non è un caso che anche tu, come lui, abbia fatto della correttezza in campo (nessuna espulsione in carriera) e della tua signorilità fuori una cifra stilistica imprescindibile. Qualità rare nel mondo del calcio: come hai fatto a preservarle sempre nel corso della tua carriera?
Credo che ci siano due ragioni fondamentali: l’educazione che ho ricevuto e il carattere. A me è venuto sempre naturale porre in essere quei comportamenti. Quando vedevo le persone arrabbiarsi spesso pensavo che stessero solo perdendo tempo ed energie. Quasi sempre è sufficiente trovare le parole giuste per risolvere i problemi. Ricordo che una volta, in campo, compagni e avversari stavano litigando in malo modo: mi fu sufficiente ricordargli che ci stavano guardando le nostre mogli e i nostri figli per riportarli alla calma.

Con tua moglie Mariella che coppia siete stati?
Una coppia ad incastro. Io ero pacato, riflessivo, timido. Lei è sempre stata più esuberante, espansiva. Ci completavamo a vicenda.  

Il tuo matrimonio sportivo, invece, l’hai consumato con la Juventus.
Senza dubbio. Ecco, non saprei definire bene cosa hanno rappresentato i bianconeri per me, ma forse l’idea del matrimonio sportivo è azzeccata. Mi piace quello che c’è scritto al Campo Nou riferito al Barcellona: “Més que un Club”. Anche la Juventus, per me, è stata più di un club. E, qualunque cosa per me abbia significato, ne ho fatto parte con grande orgoglio.

Con Zoff, Gentile e Cabrini, coi quali facevi reparto anche in nazionale, hai costituito una delle linee difensive più forti della storia del calcio. Qual era il tuo ruolo in quel contesto?
Abbiamo giocato insieme per tanti anni, ci siamo allenati tantissime volte uno di fianco all’altro: alla fine i meccanismi si sono creati per forza di cose. Claudio era quello che dava maggior evidenza alla parte solida del nostro modo di giocare: era un martello, non si fermava mai, che ci fosse da spingere sulla fascia o da marcare un avversario pericoloso. Antonio, stilisticamente, era più affine a me: aveva buona tecnica, gli piaceva di più andare avanti in progressione e arrivare al cross piuttosto che dedicarsi alla marcatura, alla quale, comunque, si applicava per ovvie esigenze tattiche. Dino era il nostro ultimo baluardo, ci dava la sicurezza di giocare sapendo che, anche in caso di un nostro errore o di un tiro particolarmente pericoloso degli avversari, era difficile farci gol. In quel contesto io mi inserivo quando e dove serviva: oggi forse è difficile comprenderlo perché le difese vengono schierate in linea e i compiti dei due difensori centrali sono sostanzialmente analoghi. Il libero, negli anni Settanta, giocava qualche metro dietro allo stopper: era un regista difensivo a tutti gli effetti, osservava la disposizione dei compagni, l’incedere delle azioni offensive degli avversari e doveva essere bravo a leggere in anticipo il posizionamento e i tempi di intervento. Era quello che facevo io, in maniera molto naturale, trovando anche il momento opportuno per qualche sortita offensiva che prendesse di sorpresa gli avversari.

A proposito di discorsi tattici: quali sono gli allenatori che ti hanno dato di più?
Ho cercato di apprendere il meglio da coloro con cui ho lavorato. La dote migliore che aveva Trapattoni era quella di riuscire a tenere unito lo spogliatoio. Nei due anni passati con Rino Marchesi ebbi modo di apprezzarne la grande serenità, mentre la dote eccezionale di Bearzot è stata la sua incredibile umanità.

Con Bearzot direi che è arrivato il momento di aprire il capitolo relativo alla nazionale. Tu hai partecipato a tre campionati del mondo: che ricordi hai di quelle esperienze?
Ricordi splendidi, soprattutto per quanto riguarda Argentina ’78 e Spagna ’82. In Sudamerica cominciai titolare anche grazie al fatto che Facchetti aveva deciso di ritirarsi. Partimmo tra lo scetticismo generale e tornammo quasi vincitori. Avevo venticinque anni e mi affacciavo per la prima volta su un palcoscenico così importante, confrontandomi con i migliori calciatori del mondo: un’emozione unica. Quattro anni dopo il copione fu ancora più estremo: iniziammo bombardati dalle critiche e tornammo campioni. Nell’86 in Messico non riuscimmo a replicare le buone prestazioni precedenti: era la fine dell’era Bearzot ed era giunto il momento che noi della vecchia guardia ci facessimo da parte dopo aver fatto il nostro. Usando un’immagine poetica posso dire che quei tre mondiali, per me, hanno rappresentato tre stagioni della mia vita calcistica: la primavera, l’estate e l’autunno.

E l’inverno?
Gli ultimi due anni di carriera. Ma ormai non ero più in nazionale.

Qual è il tuo ricordo professionale più bello?
L’11 luglio del 1982 lo porterò sempre nel cuore. Vincere un mondiale è il massimo per ogni calciatore: noi ci riuscimmo a dispetto dei pronostici anche se, nello spogliatoio, nutrivamo la convinzione di essere una squadra forte. Rappresentare il proprio Paese, sapere di aver regalato attimi di felicità intensa agli italiani sono cose che andarono ad amplificare il mero significato sportivo di quella vittoria.

E quello più triste?
La serata dell’Heysel. Ci tenevamo molto a quella coppa, eravamo pronti per fare una grande partita contro un Liverpool che avevamo già battuto qualche mese prima nella Supercoppa europea. Poi tutto quel trambusto, le voci incontrollate, le persone che entravano negli spogliatoi e noi che non riuscivamo a capire bene cosa stesse succedendo davvero. Aspettavamo quella coppa da sempre, ma le morti di quella sera ci tolsero la possibilità di gustare quella vittoria. Un terribile pugno nello stomaco.

C’è un giocatore di oggi in cui ti rivedi?
È una risposta difficile da dare. Il calcio è cambiato molto da quando ho smesso di giocare, tattica e preparazione fisica si sono molto evolute. Se fosse possibile, con una macchina del tempo, far giocare a un calciatore dei miei tempi una partita di oggi, probabilmente penserebbe che si tratta di un altro sport. Fatta questa necessaria premessa, ti dico che non riesco a immedesimarmi con nessuno: avevo le mie caratteristiche e vivevo in un calcio diverso. Non saprei davvero a chi potermi accostare oggi.

Un’ultima domanda Gaetano: è vero che nel 1975 la mattina presto rinunciasti a comprare il giornale che celebrava lo scudetto della Juventus perché davanti all’edicola c’erano gli operai che dovevano cominciare il loro turno in fabbrica?
Sì, non mi sembrava opportuno nei loro confronti. Io rientravo da un festeggiamento e loro dovevano cominciare una dura giornata. Una questione di rispetto.