Il cuoio

Luciano Bodini, il numero uno dei numeri 12

Cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta, nella quale giocò due anni in Serie A dal 1977 al 1979, rimase dieci anni sulla panchina della Juventus per fare la riserva prima di Zoff e poi di Tacconi

La solitudine dei numeri dodici: questa, in una breve definizione, potrebbe essere l’essenza e la sintesi della vita calcistica di quegli uomini che hanno vissuto le loro partite seduti in panchina ad attendere un momento che non arriva quasi mai, quello in cui finalmente devi entrare in campo a difendere la porta della tua squadra perché il titolare alza bandiera bianca. Uomini che oggi sono quasi scomparsi. Perché i procuratori, se non giochi, ti cercano subito una sistemazione alternativa in un altro club. Perché il numero dodici se lo può prendere chiunque, non necessariamente il secondo portiere. E perché è difficile trovare giocatori disposti a lavorare nell’ombra quando sono nel pieno della loro carriera. Sono i motivi per cui oggi raccontare la figura di Luciano Bodini, numero dodici per antonomasia della Juventus dal 1979 al 1989, assume i contorni ingialliti dei tempi andati.

Nato a Leno, provincia bresciana, il 12 febbraio 1954, Bodini si forma nelle giovanili dell’Atalanta che, per fargli fare esperienza, lo manda a giocare con la Cremonese, compagine di serie C nella metà degli anni settanta. Coi grigiorossi disputa tre campionati con oltre trenta presenze a stagione che saranno, a sua insaputa, un record che non riuscirà più a eguagliare. Tre annate durante le quali mostra quelle qualità che, nell’estate del 1977, spingono i dirigenti dell’Atalanta a riportarlo a Bergamo: Luciano è un portiere equilibrato, bravo tra i pali e nelle uscite. Nessun fondamentale nel quale eccelle in particolare, ma un bagaglio tecnico completo che lo rende qualcosa di più di un portiere affidabile. Titta Rota lo fa esordire in serie A alla prima giornata del campionato 1977-78 in una partita contro il Perugia, nella quale Bodini para un calcio di rigore tirato da Renato Curi. Il tempo per lui, però, non è ancora maturato: ha davanti un protagonista del calcio italiano come Pizzaballa, che in quella prima stagione in serie A gli concede solo 8 presenze. Per scalzarlo è necessario aspettare un altro anno, quello nel quale Bodini gioca 24 partite mettendo in mostra qualità che convincono nientemeno che la Juventus ad acquistarlo. Per i bianconeri è un investimento: Zoff ha 37 anni, può smettere da un momento all’altro. Prendere il suo possibile erede con un po’ di anticipo per insegnargli i valori della società e fargli apprendere qualche segreto dal più grande portiere espresso dal calcio italiano fino a quel momento è una mossa intelligente.

Luciano non scalpita, sa stare al suo posto in attesa di un momento che, vista l’età di Super Dino, non tarderà ad arrivare. “Mi ha fregato” dirà poi con un sorriso Bodini un giorno di tanti anni dopo, a carriera finita già da tempo. Già, perché Zoff di ritirarsi non ha alcuna intenzione finchè il fisico tiene e ci sono obiettivi come i mondiali e la coppa dei campioni da raggiungere. Attendere, però, può valere la pena in un club come la Juventus, sempre impegnata ai vertici del campionato italiano e delle competizioni europee. Anche perché, al termine della stagione 1982-83, Zoff dice basta e Bodini ha finalmente l’opportunità di giocare da titolare in Coppa Italia, vincendola, e nel Mundialito per club. Insomma, il suo momento, a 29 anni, sembra finalmente arrivato. Se non che la Juventus decide di comprare Stefano Tacconi, promettente portiere dell’Avellino, per sostituire il monumento Zoff. Le dichiarazioni ufficiali parlano della necessità di avere due portieri di livello che si giocheranno il posto ad inizio stagione ma evidentemente qualcosa di Luciano non ha convinto appieno i quadri tecnici della Vecchia Signora. Forse il fatto di non eccellere in una caratteristica tecnica in particolare. O, forse di più, la mancanza di un’ambizione feroce che possa far ritenere il portiere di Leno l’uomo giusto per guidare la difesa della Juventus, per sopportare il peso della responsabilità di vincere sempre e comunque che caratterizza la mentalità bianconera. Del resto Bodini ha aspettato in silenzio, senza mai alzare la voce, senza alimentare alcuna polemica.

La scelta, questa volta, per lui è definitiva: con Tacconi davanti, o chiede di andarsene o rimane a fare il secondo fino a fine carriera. Luciano sceglie la seconda opzione, probabilmente confermando in via indiretta la valutazione fatta dalla dirigenza juventina. Lasciare quell’ambiente, il presidente Boniperti, l’allenatore Trapattoni, la possibilità di dare un contributo, per quanto piccolo e non da primattore, nelle vittorie della Juventus gli può bastare. È il dodicesimo ideale, probabilmente il migliore del mondo, capace di sopportare la solitudine della panchina e le caratteristiche che questa genera nei portieri: pazienza, sacrificio delle proprie ambizioni, accantonamento dell’ego, capacità di rimanere concentrati come se si dovesse entrare all’improvviso con la consapevolezza di rischiare di non giocare mai.

Nella stagione 1984-85 tanta diligenza sembra finalmente premiarlo: dopo qualche incertezza di troppo, Tacconi viene lasciato in panchina e Bodini gioca finalmente titolare. Anche in Supercoppa, dove la Juventus batte il Liverpool. Anche in Coppa dei Campioni, quando Luciano mostra al meglio le sue capacità fino alle semifinali. Poi… poi Trapattoni, nella sera dell’Heysel, torna a preferirgli Tacconi, nonostante nei mesi di panchina non abbia brillato per diplomazia nei confronti della società e abbia rilasciato dichiarazioni poco simpatiche verso il collega. Bodini non fa una piega: quel numero 12 sulla spalle è una seconda pelle, uno specchio del suo modo di essere, un adattamento alle avversità che si sostiene anche attraverso la valorizzazione degli aspetti positivi delle situazioni che di primo acchito sembrano non esserci. Nei quattro anni successivi giocherà soltanto un’altra volta in campionato con la maglia bianconera. Farà poi il secondo a Verona, disputando 6 gare prima di chiudere la carriera l’anno seguente all’Inter, addirittura da terzo portiere.