Il cuoio

Fangio: vivere per correre

Per molti, il più grande pilota della Formula 1. Ha vinto cinque mondiali con quattro scuderie diverse, ha sfiorato la morte in più occasioni e subìto persino un sequestro. Storia del "Chueco", lo "storto" più veloce di sempre

«Correre è vivere», ha sempre sostenuto, «ma quelli che sono morti correndo sapevano come si vive più di tutti gli altri». Juan Manuel Fangio, per molti il più grande pilota di tutti i tempi, morto il 17 luglio 1995, lo sapeva eccome. Ha vinto 24 GP su 51 in carriera, la percentuale di successi più alta nella storia della F1 che in Cina festeggia i 1000 Gran Premi nella storia. Solo Michael Schumacher ha vinto più titoli mondiali ma, come ha dichiarato il tedesco nel 2003, «tra me e Fangio non può esistere nessun paragone».

 

Prima che Juan Manuel nascesse il giorno di San Giovanni del 1911, la cittadina di Balcarce, 200 km a sud di Buenos Aires, era famosa solo per le patate. Figlio di un imbianchino immigrato dall'Italia, Loretto, Fangio è una mezzala destra piuttosto promettente nella squadra locale. Lo chiamano El Chueco, lo storto, per via delle gambe (o secondo un'altra versione per i tiri di sinistro a effetto). A 11 anni si siede per la prima volta in un'auto. È amore a prima vista. Scopre il mondo delle corse dal di dentro, impara tutti i segreti dei motori a scoppio. Dirà di essersi sentito parte della macchina, non come un pilota che guida un mezzo per un fine. A 13 è assistente meccanico per Miguel Viggiano. Il suo compito è portare le auto da Buenos Aires a Balcarce per consegnarle ai clienti. Guida su strade fangose, che con la pioggia diventano trappole. Nel 1932 lascia Balcarce per il servizio militare, e al ritorno apre la sua officina insieme al fratello Toto. Nel 1936 partecipa alla sua prima corsa su un taxi modificato. Inizia a farsi un nome nel 1938, quando chiude settimo il massacrante Gran Premio Argentino de Carreteras, dopo 7390 km. La gente di Balcarce organizza una colletta per regalargli la Chevy coupé sei cilindri con cui otterrà la sua prima vittoria di prestigio, il Gran Premio Internacional del Norte del 1940: 109 ore, spalmate in due settimane, per andare da Buenos Aires a Lima e ritorno.

Determinante in quegli anni l'aiuto del presidente Juan Peron, grande amante delle corse, che nel 1948 manda un gruppo di piloti a tenere alto il nome dell'Argentina in Europa e negli Usa. Ma il debutto di Fangio a Indianapolis, su una Simca-Gordini non proprio competitiva, delude. L'anno dopo, l'Argentine Automobile Club acquista per lui una Maserati 4CLT/48 che porta al trionfo a Mar del Plata, a San Remo, Pau, Perpignan e Marsiglia.

 

Vince il secondo mondiale nella storia della Formula 1 moderna, nel 1951, su un'Alfa Romeo 159. La casa abbandona le corse, lui firma con la Maserati. Dopo il biennio targato Ascari, è praticamente imbattibile tra il 1954 e il 1957 con la Mercedes che debutta a campionato in corso, al GP di Francia. Sulla W196 Fangio vola: pole position (una delle 29 in carriera, la percentuale più alta di sempre in rapporto ai GP corsi) e vittoria. È il preludio a un dominio che dura quattro anni. Vince due Mondiali in Mercedes, nel 1956 passa in Ferrari. Schivo e diffidente, non si integra bene nel team ma l'investimento di Enzo Ferrari paga. La doppia vittoria a Silverstone e al Nürburgring fa da preludio al nuovo titolo mondiale. Celebre il GP di Monza del 1956 quando Collins gli cede l'auto e gli consente così di vincere il terzo Mondiale di fila.

 

Nelle corse, diceva, il pilota conta per il 50%, la macchina per il 25%, il resto è fortuna. E il Chueco ne ha avuta tanta, Nel 1948 sfugge per la prima volta, ma non certo l'ultima, alla morte. Al Gran Premio de la America del Sur, praticamente un giro del Sudamerica in macchina, ha un grave incidente in cui muore l'amico e copilota Daniel Urrutia. Nel 1950, durante il primo GP di Montecarlo nell'albo d'oro della Formula 1, Fangio è in testa al primo giro davanti a Villoresi, su una delle quattro Ferrari all'esordio assoluto nel Mondiale. Dietro, al Tabaccaio, Farina si gira davanti all'argentino Gonzalez: si scatena un incidente che coinvolge dieci piloti. Fangio non sa nulla ma riesce a frenare forte al passaggio successivo ed evitare danni. Sesto senso? No, solo attenzione ai dettagli. «Mi accorsi di qualcosa di diverso - ha raccontato a Autosport nel 1979 - un colore non abituale. Poi capii, ero davanti a tutti ma la gente non guardava verso di me, era girata verso un punto davanti a me. Mi ricordai di una foto di un incidente simile nel 1936, mi era capitato di vederla proprio quella mattina».

 

Nel 1952, partecipa all'Ulster Trophy il giorno prima del GP d'Italia. Ha promesso comunque di esserci a Monza. Prince Bira, principe thailandese, nipote di re Mongkut, gli ha detto che l'accompagnerà sul suo aereo a Milano, ma si rompe. Pensa di prendere un aereo da Londra, ma il tempo in Italia è pessimo e i voli sono cancellati. Atterra a Parigi, ma è mezzanotte e non ci sono più treni. Si fa prestare una macchina da un pilota francese, Louis Rosier. Arriva a Monza in macchina mezz'ora prima della partenza della gara. Ha saltato le prove, parte in fondo alla griglia. Dopo mezz'ora è in ospedale, fortunato di essere ancora vivo. La sua Maserati va fuori pista al secondo giro, si capovolge nell'aria e Fangio viene sbalzato fuori dell'abitacolo. Si risveglia in ospedale e vede Farina, il primo campione del mondo nella storia della Formula 1, con una corona d'alloro. Ha vinto la gara, gliel'ha portata come omaggio. Evita ancora la morte nel 1955, a Le Mans. È al volante della Mercedes, sta duellando con la Jaguar di Hawthorn, che rallenta per entrare ai box quando il semi-sconosciuto francese Pierre Levegh lo tampona, si schianta verso le tribune e muore insieme a 80 spettatori. Molti lo criticano, ma Fangio lo difende: prima di scontrarsi con Hawthorn, dice, ha alzato la mano e quel segnale di pericolo gli ha salvato la vita.

 

Vince l'ultimo titolo Mondiale nel 1957, di nuovo su una Maserati, la 250F. Conquista in quella stagione la sua ultima vittoria, una delle più belle nella storia dell'automobilismo. L'inseguimento alle Ferrari di Mike Hawthorn e Peter Collins sul vecchio Nürburgring è esaltante. Fangio migliora di 24 secondi il primato della pista che aveva fatto registrare l'anno prima (è un giro massacrante, 9 minuti, 17,4 secondi). «È sempre stato il mio circuito preferito, lo adoravo. Ho spinto la macchina al limite e anche un po' oltre. Non avevo mai guidato così e sapevo che non l'avrei mai fatto di nuovo». Correre, diceva, «è bello quando hai entusiasmo. Quando diventa un lavoro dovresti smettere. E questo stava diventando, per me, nel 1957».

 

L'anno successivo, a 46 anni, vive una stagione storta. Decide comunque di partecipare al GP di Cuba, che faceva parte delle manifestazioni sportive programmate dal governo cubano per migliorare l’immagine del dittatore Fulgencio Batista in grave crisi, e viene prelevato da un militante del Movimento 26 Luglio che gli punta la rivoltella alla schiena. «Mi aspettavo che sparasse per tirarmi sul pavimento come nei film d’azione - dirà anni dopo - ma non successe nulla». È un sequestro dimostrativo: i rapitori cambiano due volte auto, ma non lo bendano e addirittura si scusano perché in una delle case in cui lo tengono chiuso per la durata del GP la padrona di casa gli serve solo uova e patate fritte. Poche ore dopo il sequestro, la notizia era in prima pagina dappertutto. La gara, ormai in secondo piano, finisce dopo sei giri quando la Ferrari di Armando Garcia Cifuentes esce di pista e uccide sette spettatori. Dopo la gara, i membri del gruppo rivoluzionario contattano l'ambasciata argentina per rilasciare Fangio prima della presumibile reazione degli uomini al soldo di Batista. Al ritorno negli Usa, gli offrono 1000 dollari per partecipare con Jack Dempsey allo show di Ed Sullivan. «Ho vinto cinque titoli mondiali», commenta con ironia, «ma c'è voluto un sequestro a Cuba perché diventassi famoso negli Usa».

 

La stagione continua tra mille problemi e Fangio decide di ritirarsi prima della fine, a Reims. Due anni dopo, nel 1960, lascia anche la sua storica compagna, Andreina "Bebe" Espinosa, che l'ha sempre aspettato ai box in tutte le gare. «Sono stato fortunato in tutta la vita» ha detto. «Non sono ricco. Ho abbastanza per godermi la vita e lasciare qualcosa alla mia famiglia. Se fossi davvero ricco mi chiederei: A che mi servono tutti questi soldi?».