Il cuoio

Signori-Lazio, storia finita con l'arrivo di due ex Samp

Idolo dei tifosi biancocelesti che ne “negarono” la cessione al Parma lasciò la Capitale a Mancini ed Eriksson che praticamente vinsero tutto

Finita la propria carriera, ogni calciatore si guarda alle spalle per vedere cosa ha lasciato dietro di sé: gioie, delusioni, emozioni e ricordi che tornano alla mente in ordine sparso, confuso. È nei momenti in cui li si lascia fluire che un giocatore capisce dove la sua anima ha messo le radici. E Beppe Signori sa che una gran parte di sé l’ha lasciata sulle sponde biancocelesti del Tevere. A partire dall’estate del 1992, quando la Lazio lo acquistò dal Foggia per rimpiazzare l’uruguagio Ruben Sosa. Un obiettivo non semplice, che Signori stesso in parte temeva, come si temono le cose importanti anche se intimamente si è convinti di poterle raggiungere. L’esordio in campionato, il 6 settembre 1992, porta simbolicamente con sé l’inizio e la fine della sua esperienza romana: i primi due gol degli oltre cento segnati con la maglia biancoceleste e la Sampdoria di Roberto Mancini. L’inizio e la fine. L’Alfa e l’Omega. Perché? Andiamo con ordine: nelle prime dieci partite di campionato Signori manca l’appuntamento col tabellino dei marcatori solo in due occasioni, mettendo complessivamente a segno undici gol. Già dalla partita con la Samp si dimostra una mitragliatrice: veloce, tecnico e con un sinistro potente e preciso. Rigori e punizioni col suo calcio diventano sentenze inappellabili. Si esalta particolarmente nel 4-3-3, ma rende anche nel 4-4-2 come seconda punta o, all’occorrenza, esterno di centrocampo, essendo la corsa veloce un’altra sua tipica caratteristica. Già alla prima stagione con la Lazio entra di prepotenza nel cuore dei tifosi che, quando nel giugno del 1995 verranno a sapere della sua cessione al Parma, scenderanno in piazza per ribellarsi a una delle prime operazioni dettate dallo spirito finanziario che comincia ad aleggiare sempre più sul mondo del calcio.

IDOLO DEI TIFOSI. Siamo ancora nel ventesimo secolo, però: la gente, per manifestare dissenso, scende in piazza, non vomita insulti sulle piattaforme social. E così fa il popolo laziale, riversandosi in massa nei pressi della sede di Via Novaro, urlando il proprio amore in faccia a un presidente considerato insensibile. Cragnotti è costretto a fare retromarcia nemmeno ventiquattro ore dopo l’annuncio della cessione al Parma di Signori, che nella stagione 1995-96 ripaga tanto affetto portando la Lazio al terzo posto e vincendo per la terza volta il titolo di capocannoniere. È l’apice della sua parabola romana, che non si offusca l’anno successivo, stagione in cui Zoff riprende il suo posto in panchina a discapito delle involuzioni oltranziste di Zeman, bensì nel 1997, quando Cragnotti decide di strappare alla Sampdoria sia il tecnico Sven Goran Eriksson che Roberto Mancini. Ricordate Mancini e quel Sampdoria-Lazio del 6 settembre 1992? Si è detto che in quella partita c’erano l’Alfa e l’Omega. Già, perché l’arrivo dei due ex sampdoriani è la sliding door che porta in breve tempo a conclusione l’esperienza laziale di Beppe Signori che, oltre a non riuscire a esprimersi al meglio a causa di fastidiosi problemi alla schiena, patisce il nuovo modo di giocare dell’allenatore svedese, l’ampia concorrenza in attacco e la personalità di colui che diventerà il tecnico della nazionale azzurra. È troppo per chi a quella squadra ha dato tutto se stesso e, nel giro di poche settimane, si ritrova ai margini di un regno che sentiva suo. Nel mercato autunnale Signori viene ceduto in comproprietà alla Sampdoria per provare a ricominciare proprio là dove aveva iniziato a stupire cinque anni prima, all’inseguimento di una rinascita sportiva che il destino gli concederà lontano sia da Roma che dal mare di Genova.