Il cuoio

Bologna-Fiorentina, la partita del “figlio delle stelle”

“Gil” De Ponti, fiorentino doc, giocò al Dall’Ara per tre stagioni. Con il figlio, tifoso rossoblù, la rivalità si scioglie in un abbraccio

Attaccare la sua figurina poteva far pensare ai ragazzi degli anni settanta di aver sbagliato collezione, nel breve attimo in cui l’odore della colla fresca accompagnava il passaggio dal pacchetto alla pagina dell’album Panini. Davvero quello era il centravanti del Bologna 1977-78? E non, piuttosto, l’indiscusso re della disco music che contendeva a suon di hit la vetta delle classifiche di tutto il mondo a Rod Stewart e ai Bee Gees? Già, perché Gianluca De Ponti, fiorentino classe 1952, ad Alan Sorrenti ci assomigliava davvero. E spesso le sue notti brave a ballare in discoteca se le faceva, anche se lui stesso ha sempre voluto precisare che questo poteva accadere solo la domenica sera o, al massimo, il giorno dopo. Era pur sempre un professionista: magari irrequieto ma pur sempre un calciatore che al suo mestiere ci teneva, più attaccato al ruolo di centravanti che al soprannome di figlio delle stelle. Lui, che aveva cominciato nell’Impruneta con la Fiorentina nel cuore (più di una volta a quei tempi si fece espellere per poter scappare allo stadio a vedere la Viola), nel calcio che conta ci arrivò che non era più ragazzino. In Serie A, infatti, esordì ventitreenne con la maglia del Cesena: due campionati coi romagnoli prima dell’approdo a Bologna e un esordio col botto con la maglia rossoblù a San Siro, davanti a quell’Inter che non era più Grande ma stava ponendo le basi della squadra che due anni più tardi sarebbe tornata a vincere lo scudetto. Un’Inter nella quale giocavano Bordon, Facchetti, Oriali, Anastasi e Altobelli affondò con un tap-in di De Ponti, sfuggito come il vento alla marcatura per andare ad appoggiare in rete un cross dalla destra di Stefano Chiodi, più fortunato di Gil sul campo, meno fuori. È l’auspicio che qualcosa sta accadendo nella vita di Gianluca, perché sotto le due torri il figlio delle stelle si innamora e mette su famiglia. Il look rimane quello di sempre, le apparizioni in discoteca vanno a scemare, aizzando la curiosità morbosa dei giornalisti che, a ogni intervista, gli chiedono se continua a ballare o se è riuscito a mettere la testa a posto. A Gianluca nasce un figlio quasi subito e, da padre e da calciatore, gli diventa naturale pensare a quel momento, nascosto in qualche piega del futuro, nel quale si vede condurre per mano il proprio bambino sulle scale di una tribuna che sta per svelare la meraviglia abbagliante di un campo di calcio. Magari al Comunale di Firenze, a tifare la Fiorentina come ai tempi dell’Impruneta, in un ideale passaggio di consegne alla generazione successiva del patrimonio di emozioni che ogni padre desidera tramandare. 

ANDATA E RITORNO. Dopo un solo anno Gil deve abbandonare Bologna. Un po’ di delusione dopo il conseguimento della salvezza e una quota reti stagionale che arriva a sette. De Ponti non è un top scorer: lui stesso, appena qualche anno fa, si definì con troppa severità “un giocatore mediocre”. Però in campo dà sempre l’anima: corre, spazia, detta il passaggio, duella coi difensori. Due anni ad Avellino, uno alla Samp a uno ad Ascoli prima del ritorno in rossoblù. Anche se il Bologna è appena retrocesso in B e, complice una situazione societaria disastrosa, retrocede anche l’anno successivo. Ma De Ponti rimane perché la città gli è entrata nel cuore. Ed entra definitivamente anche nel cuore di suo figlio, che nel tempo coltiva la passione per il Bologna forse più di quanto il padre avesse a suo tempo cullato la Fiorentina. È lo sliding door di una vita: un padre e un figlio, uniti anche dal calcio, vivranno per sempre il derby dell’Appennino tra le mura di casa. Un derby senza astio: cento chilometri di rivalità annullati dal frutto dell’amore che stregò il figlio delle stelle negli ormai lontani anni Settanta.