Calcio Internazionale

Jock Stein e il culto del Celtic

Da minatore a manager entrato nella storia: i dieci titoli sulla panchina del club cattolico di Glasgow, il trionfo in Coppa dei Campioni nel 1967, il 4-2-4 per battere l'Inter di Herrera a Lisbona e quella statua in suo onore a Celtic Park...

Conservava una vecchia foto ingiallita delle sue giornate da minatore e la tirava fuori quando qualche giocatore diceva di essere stanco e gli metteva il broncio. Jock Stein si era guadagnato le prime sterline imparando proprio questo mestiere, nel North Lanarkshire, come era capitato al papà e al nonno: quasi una tradizione di famiglia. Lavorava anche di notte, da ragazzo, caricando vagoni di carbone. Accettava ogni turno. Raccontava spesso il ricordo della fatica nelle sue interviste. E lo faceva con il realismo di chi sapeva di aver trovato nel mondo del calcio le chiavi del divertimento e uno stipendio da favola. Una vita divisa in tante stagioni, quella di Stein, il primo allenatore scozzese a vincere la Coppa dei Campioni, precedendo due assi della panchina come Matt Busby e Alex Ferguson. Minatore, stopper nell’Albion Rovers, manager a 33 anni per un grave infortunio al ginocchio. E poi anche commissario tecnico della Scozia. 

LE REGOLE - Stein, per tutti “Big Jock”, girava sempre in giacca e cravatta, detestava whisky e tabacco, si svegliava all’alba per leggere i giornali. E’ morto da ct, il 10 settembre del 1985, a Cardiff, per un infarto, durante una partita con il Galles valevole per le qualificazioni al Mondiale del 1986: crollò sul prato davanti al suo vice Ferguson. Aveva sessantadue anni, il signore di Burnbank, cresciuto in miniera prima di insegnare il 4-2-4 e di scendere da un aereo con la Coppa dei Campioni, conquistata il 25 maggio del 1967 a Lisbona con il Celtic. Un’impresa storica, l’unica firmata da un club scozzese nel torneo europeo più importante. Una finale che negli store del Celtic - a distanza di mezzo secolo - viene commercializzata attraverso tanti gadget e un dvd da collezione: un successo per 2-1 contro l’Inter di Helenio Herrera, che era passata in vantaggio dopo sette minuti grazie a un rigore di Sandro Mazzola. Una sfida ribaltata dal Celtic in due minuti nel secondo tempo: il gol di Gemmell al 63’, il colpo decisivo di Chalmers al 64’. Una partita da antalogia per i tifosi del Celtic. Una squadra entrata di diritto nel museo dei “Bhoys”. Simpson in porta, Craig e Gemmell sulle fasce, il capitano McNeill e Clark al centro della difesa. A organizzare il gioco pensavano Murdoch e Auld. Johnstone e Lennox erano le due ali. Una formula completata dal doppio centravanti: Chalmers e Wallace. 

LA STATUA - Era malato di cuore da un po’ di tempo, Stein, il protestante che ha restituito splendore al Celtic, la squadra cattolica di Glasgow. Undici scozzesi, zero stranieri: il 1967 è stato l’anno magico del Celtic, che in quella stagione vinse anche il campionato, la Coppa nazionale e la Coppa di Lega, oltre alla maestosa Coppa dei Campioni. Rimane l’allenatore più amato: dieci titoli, nove consecutivi tra il 1966 e il 1974, otto Coppe di Scozia, sei Coppe di Lega. Stein rappresenta per il popolo del Celtic quello che Matt Busby e Alex Ferguson simboleggiano per il Manchester United oppure Bill Shankly e Bob Paisley per il Liverpool. All’ingresso del Celtic Park, lo stadio da sessantamila posti di una squadra che ha come stemma il quadrifoglio, c’è una statua in onore di Stein, il padre di un club che ha trovato prestigio e nobiltà con “Big Jock” e che ha appena vinto il settimo “scudetto” di fila, riservando una dedica speciale a quel signore della tattica che da ragazzo faceva il minatore.