Calcio Internazionale

Brian Clough, la leggenda del Nottingham Forest

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Un tecnico da "Hall of Fame” e la favola di un club che conquistò due Coppe dei Campioni di fila nel 1979 e nel 1980 contro il Malmö e l'Amburgo di Keegan.

ROMA - Brian Clough ha lasciato in eredità partite da collezione, dieci trofei che nessun allibratore avrebbe mai previsto e anche 352 pagine della sua autobiografia: “Walking on water”, camminando sull’acqua, provocazione tagliente e blasfema di un allenatore che ha infilato nella sua vita da accentratore tante sfumature diverse, sempre in bilico tra ambizione, egoismi, vanità, trionfi impossibili, sigarette senza filtro e lezioni di tattica. L’infanzia trascorsa alla periferia di Durham, i genitori che lavoravano in fabbrica, sette fratelli, l’amore per il football, i 251 gol da centravanti nel Middlesbrough e nel Sunderland, i complimenti di Bill Shankly, l’inventore del primo, meraviglioso Liverpool. E poi il grave infortunio al ginocchio, quando aveva ventotto anni, nel giorno di Santo Stefano del 1962, durante uno scontro con il portiere del Bury. L’idea di diventare manager, senza restare impigliato nei rimpianti. Un talento infinito, il 4-4-2 e il 4-3-3, gli schemi da provare anche sui campi pieni di fango, il potere di costruire da zero storie sportive e di trasformarle in best seller: il titolo vinto nel 1972 con il neopromosso Derby County di Alan Hinton e John O’Hare, l’impresa in First Division con il Nottingham Forest nel 1978 e le due Coppe dei Campioni conquistate tra il 1979 e il 1980 sempre sulla panchina della squadra biancorossa.

LE REGOLE - Sognatore geniale, scultore di capolavori, la Hall of Fame del calcio inglese, 69 anni diventati libri e anche un film (”Il maledetto United”). Un trasformista, “the football genius”, il suo soprannome: poche sterline, grandi successi. Tutti conoscevano le regole di Brian Clough: disciplina, niente birra, rispetto degli orari, capelli corti nell’epoca in cui a fare moda e tendenza erano i Beatles. Zero dialogo, zero concessioni, carattere ruvido. Il Derby County, nel 1972, arrivò primo precedendo di un punto il Leeds, il Liverpool e il Manchester City: un campionato bellissimo, con l’impronta di Clough, unico manager ad aver regalato il titolo in Inghilterra a due club diversi insieme con Herbert Chapman (Huddersfield e Arsenal) e Kenny Dalglish (Liverpool e Blackburn Rovers).

LA FORMAZIONE - Peter Shilton in porta, Viv Anderson (primo calciatore di colore a indossare la maglia della nazionale inglese) nel ruolo di terzino destro. Larry Lloyd e lo scozzese Kenny Burns al centro della difesa. E poi, sulla fascia sinistra, Frank Clark. Due ali classiche: Trevor Francis (che in futuro si sarebbe trasferito al Manchester City, alla Sampdoria e all’Atalanta) e John Robertson. Il capitano John McGovern e Ian Bowyer avevano il compito di governare la manovra. E poi due attaccanti rapidi, eleganti, come Garry Birtles e Tony Woodcock. Giocava a memoria, quel Nottingham Forest: cambi di ritmo e qualità, compattezza e pressing, idee e generosità, movimenti perfetti. 

FRANCIS E ROBERTSON - Due finali di Coppa dei Campioni da manuale: la prima, nel 1979, a Monaco di Baviera, contro gli svedesi del Malmö, vinta per 1-0 con un gol di Francis al 45’. E l’altra, un anno dopo, senza più Woodcock (ceduto nel frattempo al Colonia), davanti all’Amburgo di Manfred Kaltz, Felix Magath e Kevin Keegan: ancora 1-0, stavolta con una rete dello scozzese Robertson al 20’. Era un Nottingham da antologia, quello del maestro Clough, irriverente e spigoloso, portato via da un tumore nel 2004, in grado di entrare nel calcio moderno prima dei suoi colleghi di quell’epoca. Un fascino che non conosce tempo, neppure ora che nel regno di Robin Hood devono accontentarsi di un quindicesimo post in Championship, in seconda divisione, aspettando che il proprietario greco Evangelos Marinakis e il suo socio Sokratis Kominakis riescano a riportare il vecchio Forest (153 anni di storia) in Premier.