Calcio

Da Maestrelli a Mihajlovic, più forti della malattia

L'allenatore serbo è tornato a sorpresa sulla panchina del Bologna, nella partita contro il Verona, commuovendo il mondo del calcio. Le storie di malattie sono purtroppo tante, quelle di malati che non abbandonano il campo sono invece più rare...

Sinisa Mihajlovic, tornato a sorpresa in panchina con il Bologna nella trasferta a Verona, ha commosso il mondo del calcio e non solo del calcio, anche al netto della retorica che viene usata in queste occasioni. Di sicuro sono stati pochi, nella storia del calcio al alto livello, gli allenatori capaci più che altro psicologicamente di far convivere una malattia grave e l’attività calcistica. Molti di più ovviamente sono quelli che hanno salutato per curarsi con calma e alterne fortune.

Fra chi ha tenuto duro, alla Mihajlovic, il più famoso nel pianeta è Oscar Washington Tabarez. Che dal luglio di tre anni fa convive con la sindrome di Guillain-Barré, una patologia che colpisce il sistema nervoso e che ha ridotto Tabarez nelle condizioni che tutti abbiamo visto anche nella recente Coppa America in Brasile, senza però impedirgli di continuare a guidare (e bene) la nazionale dell’Uruguay. Solo parzialmente simile a quello di Mihajlovic è il caso di Joaquin Caparros, che nella scorsa stagione rimase alla guida del Siviglia (di cui adesso è direttore tecnico) nonostante fosse diventata di dominio pubblico la sua leucemia cronica: in realtà un male con cui Caparros convive da tanto tempo, senza doversi sottoporre però ai trattamenti che hanno ridotto Mihajlovic nelle condizioni in cui l’abbiamo visto al Bentegodi.

Klas Ingesson, da giocatore vecchia conoscenza del calcio italiano con Bari, Bologna e Lecce, cinque anni fa ha continuato a guidare l’Elfsborg davvero fino alla fine, nonostante il mieloma lo avesse costretto su una sedia a rotelle. E proprio sulla sedia a rotelle lui guidava gli allenamenti e dirigeva la squadra durante le partite, andando poi anche sotto la curva a salutare. È morto 5 anni fa, a 46 anni, dopo 6 di malattia e gli ultimi mesi atroci. Ma sempre con l’Elfsborg. Si potrebbero fare anche altri esempi di questo tipo, senza mettersi a distribuire patenti di eroismo (sono scelte troppo personali: Vilanova, ad esempio, scelse di fermarsi per poi tornare al Barcellona e infine purtroppo fermarsi definitivamente), ma con riferimento al calcio italiano il caso più famoso è probabilmente quello di Tommaso Maestrelli. Che Mihajlovic abbia quest’anno vinto proprio il premio Maestrelli è una coincidenza…

L’allenatore della storica Lazio campione d’Italia 1973-74 non riuscì a a concludere sulla panchina biancoceleste la stagione successiva, perché gli venne diagnosticato un tumore al fegato, del tipo che lascia poche settimane di vita. Pensando davvero di avere poco davanti a sé, Maestrelli lasciò la panchina della Lazio a Bob Lovati e iniziò a sottoporsi a terapie di ogni tipo, che i giornali dell’epoca (il rispetto della privacy non era quello di oggi) raccontarono nei dettagli. Non migliorò, Maestrelli, ma nemmeno morì. Troppo debole per allenare, il presidente Lenzini scelse al suo posto Giulio Corsini che era all’epoca uno dei giovani allenatori più quotati.

Poche giornate e poi l’esonero, con il ritorno di un Maestrelli sofferente ma determinato. Quella Lazio era ormai in via di disfacimento e ovviamente anche Maestrelli era diverso dal Maestrelli sano. La squadra si ritrovò così a lottare per la salvezza a due soli anni dallo scudetto, con Chinaglia che in questa situazione di caos dopo una lunga lotta con Lenzini riuscì a liberarsi e ad andare ai Cosmos di Pelé. Tanti altri, forse tutti, avrebbero mollato, per non associare il proprio nome a quello di una retrocessione, ma Maestrelli no. Lanciò definitivamente il giovane Bruno Giordano e con il tumore di nuovo in fase aggressive sedette in panchina fino all’ultima giornata, 16 maggio 1976. Una di quelle date che i tifosi laziali si sognano di notte, partita-salvezza a Como: sotto di due gol contro la squadra allaenata da Osvaldo Bagnoli (con Paolo Rossi giovane panchinaro…) anch’essa in lotta per la salvezza, 2-2 raggiunto grazie a Giordano e Badiani. Per Maestrelli quasi un altro scudetto, prima di diventare dirigente della Lazio, portare in panchina Luis Vinicio e morire il 2 dicembre di quello stesso anno. Morire da vivo, però.