Calcio

Ribery e la Firenze che sogna

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L'ingaggio del francese è stato uno dei pochi, nella storia viola, di un giocatore arrivato con uno status internazionale altissimo. Bello crescere i giovani, ma a volte nel calcio si deve anche sognare...

Franck Ribery alla Fiorentina è uno di quei colpi che fanno la storia di un club, un colpo che non a caso ha generato a Firenze un entusiasmo in parte slegato al valore attuale del trentacinquenne giocatore francese: se il Bayern Monaco non ha fatto nulla per trattenerlo, un motivo ci sarà. Detto questo, Ribery ha un tale status internazionale che il suo ingaggio sembra quasi un annuncio da parte di Commisso: qualcosa del genere ‘La Fiorentina è tornata’. Ma quali sono gli altri colpi della storia viola ad avere scatenato questi meccanismi di passione popolare?

Partiamo da un’epoca che almeno qualche lettore del Guerino può avere vissuto di persona, cioè gli anni Cinquanta. Nel 1955 l’ingaggio di Julinho, nazionale brasiliano all’epoca più quotato di Garrincha, che con la squadra allenata da Fulvio Bernardini conquistò scudetto e finale di Coppa dei Campioni. Nel 1958 uno degli uomini mercato nel mondo era Kurt Hamrin, che aveva fatto cose strepitose nel Padova di Rocco e al Mondiale (capocannoniere della Svezia, finalista con il Brasile di Pelé e Garrincha): lo volevano tutti, ma su di lui mise la mani la Fiorentina sempre presieduta da Enrico Befani, un industriale tessile di Prato (sono davvero passati tanti anni). Fu durante i nove anni nella squadra viola, in mezzo ai tanti gol segnati, che Hamrin si guadagnò il soprannome di Uccellino.

La Fiorentina storicamente ha sempre valorizzato campioni comprati relativamente giovani: De Sisti, Antognoni, Baggio e tantissimi altri, da Berti a Batistuta a Rui Costa. Per questo dopo Julinho e Hamrin per trovare un campione arrivato a Firenze già con uno status di primo livello mondiale alle spalle bisogna arrivare al 1980, con l’entrata in scena della famiglia Pontello, la riapertura delle frontiere e l’arrivo di Daniel Bertoni, due anni prima campione del mondo, da protagonista, con l’Argentina. L’anno seguente i Pontello decisero di investire pesantemente e non arrivò un fuoriclasse da copertina, ma l’entusiasmo fu creato da tanti ottimi giocatori: Graziani, Pecci, Vierchowod, Massaro, Cuccureddu…

Per trovare un’altra icona internazionale sarebbe bastato attendere il 1982, con Daniel Passarella. Nel 1983 un altro campione mondiale come Oriali, seguito nel 1984 da Gentile e soprattutto da Socrates, il capitano del Brasile, un simbolo ben al di là del calcio. Sulla stagione di Socrates a Firenze bisognerebbe scrivere un libro, lui in realtà si trovò abbastanza bene ma in campo si trovò stritolato fra due fazioni rivali. Il che, unito agli infortuni, portò a una grande occasione persa: per tutto il calcio italiano, non solo per la Fiorentina. Poi poche concessioni al grande nome fino al 1997, con l’arrivo di Edmundo. Poi fra il fallimento, la risalita e la buona gestione che piace ai giornalisti ma non ai tifosi che vogliono sognare, più nessuno per cui scendere in piazza. Fino appunto a Ribery.