Calcio

Ventura contro la maledizione azzurra

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L'ex commissario tecnico della Nazionale riparte dalla Salernitana, in serie B, dopo le quattro partite con il Chievo. Ma quasi nessuno nella storia è riuscito dopo la panchina dell'Italia ad averne un'altra di alto livello...

Giampiero Ventura è il nuovo allenatore della Salernitana di Lotito, con cui a 71 anni già compiuti ha firmato un contratto per la prossima stagione in serie B. Per l’ex commissario tecnico della Nazionale è una nuova ripartenza, dopo quella fallimentare al Chievo nella stagione appena conclusa: quattro partite con tre sconfitte ed un pareggio, prima delle dimissioni. Nessuno dubita che Ventura sia un buon allenatore e che soprattutto a livello di serie B abbia fatto grandi cose, ricordando Lecce, Cagliari e Torino. Se facesse bene con la Salernitana sarebbe il primo ex allenatore azzurro a fare bene in Italia dopo il suo addio alla Nazionale, realtà che brucia psicologicamente sia chi va bene sia chi va male, come è stato nel caso di Ventura con la storica, purtroppo dalla parte sbagliata della storia, sconfitta nello spareggio per Russia 2018 con la Svezia.

Non teniamo ovviamente conto delle tante commissioni tecniche del lontano ma non lontanissimo (l’ultima al Mondiale 1962) passato della nazionale italiana e concentriamoci sui commissari tecnici unici. A partire del leggendario Vittorio Pozzo, in carica fino al 1948: tanti erano stati i trionfi con l’Italia (due Mondiali, un oro olimpico, due Coppe Internazionali che negli Trenta valevano quasi quanto Europei) che nel ‘dopo’ Pozzo si dedicò soltanto alla creazione di Coverciano e all’attività giornalistica. Dopo varie commissioni e una brevissima parentesi con Gipo Viani traghettatore, l’Italia sarebbe tornata ad avere un commissario tecnico unico con Giovanni Ferrari: calciatore leggendario nell’Italia di Pozzo e nei club, ma senza grande spessore come allenatore, al punto che durante il Mondiale in Cile la FIGC gli affiancò Paolo Mazza, presidente della Spal, con esiti tremendi al di là dell’eroismo della battaglia di Santiago contro i padroni di casa. Dopo l’Italia Ferrari non avrebbe allenato mai più, proprio come Pozzo.

Nel 1962 entrò in carica l’emergentissimo Edmondo Fabbri, che aveva portato il Mantova dalla Serie D alla A. Un ciclo che sarebbe terminato quattro anni dopo con la Corea del Nord a Middlesbrough. Dopo la Corea il marchio della sconfitta non si levò più da Fabbri, che fece qualcosa di buono con il Torino ma non ebbe mai grandi offerte, chiudendo mestamente da direttore tecnico con la Pistoiese 1980-81, che sotto la guida di Fabbri (e formalmente di Lido Vieri) retrocedette in Serie B, anche se non solo per colpa di Fabbri. Uno dei presunti colpevoli della Corea, Ferruccio Valcareggi, subentrò a Fabbri e portò l’Italia sul tetto d’Europa e in finale al Mondiale 1970, ma dopo quello del 1974 combinò poco in Verona, Roma e Fiorentina.

Fulvio Bernardini lasciò l’Italia nel 1977 per motivi di salute, Enzo Bearzot nel 1986 dopo il suo terzo Mondiale: entrambi, per motivi diversi (nel caso di Bernardini appunto le condizioni fisiche), non avrebbero più allenato. Il dopo Italia ’90 di Azeglio Vicini consistette in due brevissime apparizioni con Cesena e Udinese ed Arrigo Sacchi dopo il 1996 avrebbe ricevuto soltanto delusioni, fra una crisi da stress e l’altra. Fra Maldini, Zoff, Trapattoni, Lippi, Donadoni, Prandelli e Conte si fa prima a dire chi lasciando (o venendo invitato a lasciare) la Nazionale si è mantenuto ad alti livelli. Un po’ Trapattoni, un po’ Lippi anche se la Cina è sembrata una fuga, sicuramente Conte. Ma tranne appunto Conte sono tutti (ci viene in mente Donadoni) usciti dal grande mercato che uno si aspetterebbe per un ex allenatore della nazionale italiana. Discorso che vale a maggior ragione per Ventura, che però tutto sommato i media hanno tratto meglio di Fabbri, facendo la proporzione (fase finale di un Mondiale a 16 squadre, mancata partecipazione ad uno a 32) fra i due fallimenti.

Da una parte anni di sovraesposizione, in ogni senso, logorano anche le personalità più forti, dall’altra molti addetti ai lavori pensano, oggi più di ieri, che chi accetta di allenare una nazionale si senta in un certo senso a fine carriera. Da qui la mancanza di offerte, o l’accettazione di offerte in cui non si crede fino in fondo.