Calcio

L'età dell'oro delle squadre inglesi

© AFPS

Manchester City, Manchester United, Tottenham e Liverpool: quattro club di Premier League su otto partecipanti ai quarti di finale di Champions dicono molto su un dominio soprattutto finanziario. Niente di paragonabile ai risultati degli anni Settanta e Ottanta...

Manchester City, Manchester United, Liverpool e Tottenham: quattro squadre inglesi nei quarti di finale di Champions League non si erano mai viste in questo decennio, nonostante la Premier League sia per distacco il campionato più ricco del mondo e quello con la maggiore capacità di attrarre investitori internazionali. Nella storia recente per trovarne tre bisogna andare alla stagione 2010-11: l’anno scorso erano due, quello precedente soltanto una. Insomma, trarre conclusioni definitive da situazioni del momento è senza senso, se no dovremmo dire che il calcio spagnolo (solo il Barcellona nei quarti) è in declino e quello tedesco (nessuna) è finito come avrebbe dovuto esserlo quello inglese dopo i flop 2012-13 e 2014-15. Certo è che per trovare quattro squadre dello stesso campionato nei quarti di Champions bisogna risalire al 2008-2009 (Chelsea, Arsenal, Liverpool, Manchester United), con il campionato che ovviamente era sempre la Premier League.

Nessuna delle quattro inglesi nei quarti di Champions ha un allenatore inglese, ma la cosa non sorprende visto che in Premier League la migliore squadra con un allenatore britannico è attualmente il Leicester City di Brendan Rodgers, decimo in classifica, e la migliore con un allenatore inglese il Bournemouth di Eddie Howe, dodicesimo. In altre parole, uno stile di gioco inglese ad alto livello di club non esiste più da almeno vent’anni. Il dominio attuale, al di là di chi poi fra le magnifiche otto alzerà effettivamente la coppa, è quindi profondamente diverso da quello degli anni Settanta e prima metà degli Ottanta, che si interruppe la notte dell’Heysel.

Pensando a come giocavano il Liverpool di Paisley e Fagan, il Nottingham Forest di Clough e l’Aston Villa di Tony Barton, viene da dire che nessuna di loro (forse soltanto il Villa, a tratti) era dal punto di vista tattico espressione del calcio inglese stereotipato che in tanti rimpiangono. Tutte però erano profondamente britanniche, non solo come passaporti visto che ai tempi gli stranieri erano una rarità anche dove erano ammessi, ma proprio come atteggiamento. Se allarghiamo il discorso a Coppa delle Coppe e Coppa UEFA, pensando ai vari Manchester City, Chelsea, Everton, Leeds, West Ham, Arsenal, Tottenham, Ipswich, Wolverhampton, solo per citare le squadre almeno finaliste in quegli incredibili 15 anni, notiamo che quasi nessuna era popolata da campioni o anche soltanto da calciatori, meno che mai stranieri, di primissimo livello mondiale.

Quel dominio inglese, anche con squadre di seconda e terza fascia, non nasceva dai soldi, per quanto anche all’epoca quello inglese (chiamto First Division) fosse l’unico campionato nazionale un minimo seguito all’estero (il poster di Keegan in omaggio con il Guerin Sportivo è il ricordo comune di una generazione), ma da un’identità fortissima, da quel giocarsela fino alla fine soprattutto in trasferta, da un atletismo che tutti invidiavamo. In comune con la situazione attuale ci sono giusto i nomi della squadre, ormai puri contenitori di marketing, ed un ritmo di gioco mediamente più alto. Certo è che la Premier Legue globalizzata di oggi ha sfruttato l'eccezionale traino di quei decenni, con un vantaggio competitivo (in termini di seguito popolare) incolmabile.