Calcio

Manfredini e le vittime del Sistina

Il grande attaccante argentino, da poco scomparso, dovette nel 1965 lasciare l'amata Roma per via dei debiti e di un vento politico-mediatico che spingeva per le cessioni. Con lui partirono Angelillo, De Sisti, Schnellinger...

Uno dei giocatori più amati della storia della Roma è stato senza dubbio Pedro Manfredini, che ha da poco lasciato questa terra a 83 anni e mezzo di età. Stiamo parlando di un centravanti del quale molti millantano un ricordo personale ma che ha giocato la sua ultima partita in serie A più di mezzo secolo fa e che pur essendosi stabilito definitivamente in Italia è arrivato ai giorni nostri più come il mito di ‘Piedone’ che per meriti sportivi. Che peraltro sono stati notevolissimi, in una Roma che quando arrivò da campione sudamericano con l’Argentina, nel 1959, con presidente Anacleto Gianni, aveva piani ambiziosi ma che in poco tempo si ritrovò nella crisi finanziaria che sotto la presidenza di Francesco Marini Dettina sfociò nella celeberrima colletta del Sistina, il 31 dicembre del 1964. Fu quella di fatto la fine della splendida avventura giallorossa di Manfredini.

Bisogna partire dai debiti, che dopo anni ad alto livello (vittoria nella Coppa delle Fiere 1960-61 e nella Coppa Italia 1963-1964, oltre a tanti buoni piazzamenti in campionato) avevano superato i due miliardi di lire, che espressi con il potere d’acquisto degli euro del 2019 significavano circa 22 milioni: con i parametri attuali un debito gestibilissimo, con quello dell’epoca una situazione pre-fallimentare, che portò a ritardi nel pagamento degli stipendi. La situazione era così grave che la Lega, presieduta da Artemio Franchi, si fece carico delle spese correnti della Roma anticipando l’importo di crediti non ancora maturati nei confronti di altre società. Addirittura pare che non ci fossero i soldi nemmeno per pagarsi le trasferte e così iniziò a circolare la voce che la squadra allenata da Lorenzo potesse essere esclusa dal campionato. Prima della partita con il Vicenza un gruppo di tifosi organizzò così una colletta al Teatro Sistina e coinvolse gli stessi giocatori, compresi il capitano Losi e il bomber Manfredini. Secondo le cronache non si arrivò nemmeno al milione, quindi solo a una piccolissima parte del debito, ma di sicuro quella non fu un’iniziativa della Roma, visto che Marini Dettina rifiutò i soldi raccolti e con varie acrobazie finanziarie arrivò alla fine della stagione passando poi la mano a Franco Evangelisti.

Il braccio destro politico di Andreotti iniziò con dolorose cessioni e arrivò anche alla trasformazione della Roma in società per azioni, ponendo le basi per la risalita. Le dolorose cessioni furono quelle di un giovane Picchio De Sisti, di Karl-Heinz Schnellinger, dei declinanti ma di nome Angelillo e Nicolé, oltre che appunto di Manfredini, dopo 104 gol giallorossi. Aveva sì 30 anni, ma in condizioni normali non sarebbe mai stato ceduto: lui e gli altri furono un po’ vittime del clima post-Sistina, perché in fondo (il fair play finanziario non era nemmeno stato immaginato) ad Evangelisti, al quale le conoscenze non mancavano, sarebbe bastato coinvolgere qualche altro ricco imprenditore per tenere la squadra ad alto livello invece che sprofondare negli anni della cosiddetta ‘Rometta’. Manfredini fu poi al centro di una complicata vicenda di mercato: l’Inter lo acquistò, lui fra l’altro era stato gli anni precedenti un grande obbiettivo di Herrera, con l’idea di fargli sostituire Peirò. Angelo Moratti aveva dato retta al suo allenatore ma non era però tanto convinto di sbarazzarsi di uno dei giocatori dell’Inter euromondiale, così tenne per qualche mese Manfredini ad allenarsi, senza giocare, prima di girarlo a novembre al Brescia. Un anno lì, due al Venezia, poi il ritiro quando a 33 anni i calciatori erano considerati da buttare.