Calcio

Il dottor Monti, una vita per il Milan

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Giovanni Battista Monti è stato il medico sociale del club rossonero per 32 anni in cui ha vissuto da vicino la gloria euromondiale e la serie B, i fuoriclasse e i bidoni, l'austerità e la grandeur. Tante vittorie sono anche sue...

Il medico è la figura che nelle società calcistiche dura più a lungo, di solito, ma i 32 anni di Giovan Battista Monti al Milan meritano di essere ricordati e non solo perché lo storico ‘dottor Monti’ ha appena lasciato questa terra a quasi 80 anni di età. Le sue strade e quelle del Milan si erano già separate da oltre vent’anni, nel 1998, dalla fine della terza era Capello in panchina, ma nella memoria anche dei giovanissimi lui rimarrà per sempre il dottore del Milan, che ha seguito professionalmente ed emotivamente dalle vette europee e mondiali alla serie B, dagli anni della povertà a quelli di Berlusconi, diventando punto di riferimento dei giovani della Primavera e dei Palloni d’Oro.

La grandezza di Monti, in una materia come la medicina in cui la fiducia è alla base di tutto, è stata proprio quella di godere della fiducia di presidenti e allenatori molto diversi fra di loro. Per l’esattezza 9 presidenti (Luigi e Franco Carraro, Sordillo, Buticchi, Pardi, Duina, Colombo, Morazzoni, Berlusconi) e 13 allenatori (Silvestri, Rocco, Maldini, Trapattoni, Giagnoni, Marchioro, Liedholm Giacomini, Galbiati, Radice, Castagner, Capello e Sacchi), senza contare i traghettatori. Se Monti ha resistito così tanto in un ambiente dove tutto cambia a grande velocità non è perché non avesse personalità, ma proprio per il motivo contrario. È sempre rimasto se stesso (al punto di dichiarare il suo voto per Rifondazione Comunista subito dopo la fondazione di Forza Italia da parte di Berlusconi) e non ha mai accettato compromessi, lasciando senza polemiche quando ha ritenuto finita la sua epoca, che in parte era già finita da una decina d’anni con l’arrivo di Sacchi e poi di Rodolfo Tavana come responsabile sanitario. L’arrivo di Jean Pierre Meersseman e di una nuova filosofia, diciamo così, avrebbe poi scritto la parola fine.

Tutti ricordano i tanti fuoriclasse curati da Monti, da Rivera a Van Basten (con l’olandese che se gli avesse dato ascolto avrebbe giocato almeno tre anni di più), ma fra i mille episodi memorabili ci piace segnalarne uno in cui davvero il dottore rischiò di dare la vita per il Milan. Ottobre 1976, dopo la partita di Coppa UEFA contro l’Akademic Sofia il gruppo del Milan si apprestava a prendere l’aereo per tornare alla Malpensa. Ad un certo punto, proprio mentre Monti e altri erano sulla scaletta, pronti ad entrare nel Tupolev 134 della Balkan Airlines, la scaletta si staccò dalla carlinga facendo precipitare chi c’era da un’altezza paragonabile a quella del secondo piano di una casa. Ad avere la peggio furono proprio Monti e Ottavio Gori, uno degli accompagnatori della società, proprietario del ristorante l’Assassino di via Amedei, a Milano, che era e sarebbe rimasto per tanti anni un ritrovo per milanisti (amatissimo da Rocco e Cesare Maldini, frequentato anche da Berlusconi). Gori, che spesso era anche il cuoco della squadra, si fratturò la prima vertebra lombare, mentre l’atletico Monti, ormai per tutti ‘Ginko’ (soprannome datogli da Rocco, ricordando l’ispettore di Diabolik, visto che Monti era uno dei suoi occhi) riuscì a cadere in maniera appropriata e se la cavò, per così dire, soltanto con la frattura di un piede e uno spavento. Come lui stesso spiegò, nel 90% dei casi chi cade in quel modo, senza essere preparato alla caduta, rimane zoppo per il resto della vita. Un piccolo episodio e un grande medico di quelli di una volta, di quelli sia contro l’intervento chirurgico a tutti i costi e sia contro la medicina alternativa.