Calcio

Felice Pulici, il moderato di una Lazio estrema

Il dirigente ed ex portiere è il settimo giocatore della storica squadra di Maestrelli a morire. Amico di Chinaglia e membro del suo clan, era uno dei pochi elementi di equilibrio in quello spogliatoio...

Fra i giocatori della Lazio 1973-74, la squadra in ogni senso più estrema nella storia del calcio italiano, Felice Pulici è diventato il settimo a lasciare questa terra, all’età di 73 anni. Dopo Luciano Re Cecconi (morto nel 1977, nelle incredibili circostanze che tutti ricordano), Mario Frustalupi (1990), Luigi Polentes (2011), Giorgio Chinaglia (2012) Ferruccio Mazzola (2013) e Mario Facco, scomparso lo scorso agosto. Fra l’altro dei ragazzi di Maestrelli è stato uno dei pochissimi ad avere avuto una vera carriera nella Lazio dopo il suo ritiro dal campo: dirigente negli anni Ottanta con Chinaglia ed in seguito con Calleri, Cragnotti ed anche con Lotito, Pulici ha sempre rappresentato agli occhi dei tifosi la continuità con una grande storia e lo ha fatto in ruoli spesso operativi, non da ‘ambasciatore’ o da figurina del passato.

Per carattere e stile non viene immediato associare Pulici ai turbolenti anni Settanta, ma in realtà il portiere arrivato nel 1972 dal Novara si inserì perfettamente in quell’ambiente spaccato in fazioni che non si limitavano ad insultarsi durante gli allenamenti ma passavano spesso alle vie di fatto. Diventò subito grande amico di Chinaglia, ma pur simpatizzando per il clan capeggiato da Long John fu forse l’unico a rappresentare una sorta di mediatore fra persone che si presentavano all’allenamento con la pistola. Con Chinaglia stavano Wilson, Oddi, Nanni, Petrelli, Facco, il giovane D’Amico e appunto Pulici. Dall’altra parte Martini, Garlaschelli, Re Cecconi, Frustalupi, Moriggi. Gli altri si barcamenavano, sperando che la domenica della partita arrivasse il prima possibile e che quella incredibile tensione trovasse uno sfogo sportivo.

Su quella Lazio sono stati scritti tanti libri e migliaia di articoli, ma la ragione di quelle divisioni non è mai stata davvero chiara. La semplificazione ‘destra contro sinistra’ è appunto una semplificazione, perché di giocatori non di destra praticamente non ce n’erano (di destra era anche Pulici). Un po’ forzato anche il discorso geografico, anche se nel clan capeggiato da Martini erano raggruppati diversi ‘settentrionali’. Molto più credibile la pista dell’antipatia personale fra i leader, che intorno a sé avevano poi coagulato i compagni più affini. Con partitelle in allenamento, a Tor di Quinto, che tanti hanno avuto la fortuna di vedere: sfide all’ultimo e non metaforico sangue, giocate con i parastinchi che all’epoca non erano obbligatori in Serie A ma erano consigliabili in quegli allenamenti che finivano soltanto quando Chinaglia riusciva a segnare. Con le docce in spogliatoi separati, caso unico nella storia dello sport mondiale. Quanto a Maestrelli, il sospetto dei chinagliani era che parteggiasse per il clan capitanato, per così dire, da Martini e dove c’era il suo pupillo Re Cecconi, ma l’allenatore era bravo a cavalcare la situazione e Chinaglia era diventato un ospite fisso a casa sua.

Felice Pulici era appunto il moderato del clan Chinaglia, anche se questo non gli impedì di esibirsi in epici litigi con Martini, con pretesti seri ma anche futili (una volta per l'utilizzo di un phon). È probabile che questo marchio di lazialità estrema non lo abbia favorito in Nazionale, peraltro in tempi in cui contro Zoff non ce n’era per nessuno. Ai Mondiali in Germania Valcareggi dietro al numero uno convocò Albertosi (all’epoca al Cagliari) e Castellini, ma va detto che a metà anni Settanta di portieri del livello di Pulici ce n’erano in Italia tanti: da Vecchi a Vieri, da Paolo Conti a Superchi, era solo questione di sfumature. Insomma, Felice Pulici non è stato un genio incompreso ma di certo da giocatore ha fatto la storia della Lazio e di un’epoca romantica del calcio italiano, in cui lottare per vincere contava più dei diritti televisivi o del merchandising. E poi ne è stato dirigente di stile, senza mai far pesare il passato.