Calcio

La memoria del Ferraris, dello Zini e del Picco

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Il centenario della fine della Grande Guerra è anche l'occasione per ricordare i tantissimi calciatori caduti al fronte, cosa che che sarebbe avvenuta in misura molto minore nel conflitto mondiale successivo. Un peccato che gli stadi a loro dedicati siano così pochi...

Il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale ci offre l'occasione per ricordare non solo un conflitto atroce, in cui fra militari e civili morirono il triplo degli italiani che sarebbero morti nella Seconda, ma anche il sacrificio di tantissimi calciatori: alcuni vivono nel nome di uno stadio, la maggioranza è stata purtroppo dimenticata.

Eppure nelle scuole andrebbe studiata la storia di James Spensley, il medico fondatore (oltre che giocatore) del Genoa che all’inizio del conflitto fu richiamato nell’esercito del Regno Unito e spedito in prima linea, trovando la morte in Germania. Sul fronte italiano, nei pressi di Folgaria, sarebbe invece morto un altro ex giocatore genoano, l’ingegner Luigi Ferraris. Come Spensley aveva già smesso da qualche anno di giocare per dedicarsi alla sua professione, come Spensley era ufficiale, ma a differenza dell’inglese in guerra era andato come volontario e anche questa fu una particolarità di quel conflitto: il grande numero di volontari, anche fra la borghesia. Ferraris trovò la morte a 28 anni, per un proiettile d’artiglieria, e dando (dal 1933) poi il suo nome a Marassi. Come calciatori Spensley e Ferraris erano senz’altro di molte categorie inferiori a Renzo De Vecchi, cresciuto nel Milan ma diventato grande proprio nel Genoa di inizio secolo: ecco, il ‘Figlio di Dio’ fu più fortunato anche in guerra, correndo qualche rischio però mai nelle parti più calde del fronte. Ne uscì vivo anche Vittorio Pozzo, che come tenente degli Alpini vide invece più volte la morte in faccia. 

Tornando ad onorare i morti, un altro ufficiale caduto in battaglia fu Enrico Canfari, che nella vita era un industriale meccanico e nel calcio era stato fondatore, giocatore e secondo presidente della Juventus. Stessa sorte, per un’infezione, per il giovanissimo portiere della Cremonese Giovanni Zini, al quale ancora oggi è intitolato lo stadio della sua città. Poco più che ventenne era anche il sottotenente di complemento Alberto Picco, fondatore e capitano dello Spezia: anche lui sopravvive almeno dando il nome allo stadio della sua squadra del cuore.

Enorme il numero di interisti e milanisti caduti, superiore in questa macabra classifica a quello del Tottenham che in questo senso fu la squadra inglese simbolo: fra i neroazzurri il capitano (in campo e anche nell’Esercito) Virgilio Fossati, primo interista a giocare in Nazionale, fra i secondi il vicepresidente Gilberto Porro Lambertenghi. Un elenco che potrebbe continuare a lungo e che va al di là del dolore per giovani vite distrutte in una guerra priva di senso, con l’assurdità che vale per il calciatore come per il contadino. Ma restringendo il discorso allo sport e all’Italia, la differenza fra le due Guerre Mondiali è evidente: nella Prima gli imboscati furono pochissimi, in ogni classe sociale, nella seconda ci furono invece favoritismi evidenti sia per i raccomandati di vario tipo sia per gli sportivi di nome (non tutti, basti pensare a Fausto Coppi) che in molti casi la scamparono grazie a finti lavori.