Calcio

La generazione di John Terry

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Con il ritiro dell'ex capitano del Chelsea chiude con il calcio giocato anche l'ultimo esponente di un gruppo eccezionale, un personaggio che in patria ha spesso fatto più notizia di Beckham...

La notizia del ritiro di John Terry è sorprendente, perché i più erano convinti che l’ex capitano del Chelsea e della nazionale inglese a quasi 38 anni si fosse ritirato da tempo. L’annuncio dato attraverso il proprio account Instagram ha soltanto ufficializzato una situazione di fatto, dopo la fine della dolce-amara (spareggio per la promozione in Premier League perso con il Fulham) esperienza all’Aston Villa, una improbabile trattativa con lo Spartak Mosca e diversi cambi di opinione rispetto al suo futuro come allenatore. Di certo per un inglese al quadrato come lui pensare a un’esperienza all’estero è difficile, probabile che cominci dalle giovanili nel Chelsea con cui ha già avuto qualche contatto.

In ogni caso si chiude il primo tempo di una grande carriera iniziata nell’academy del West Ham e poi dall’età di 14 anni vissuta quasi totalmente nel Chelsea, con l’eccezione di un prestito al Forest e del buon finale al Villa. Diventato capitano dei Blues nel 2004, dopo il ritiro di Desailly e l’arrivo di Mourinho, è proprio da quell’epoca in poi che ha vinto quasi tutti (fa eccezione una FA Cup da riserva, ai tempi di Vialli allenatore) 17 trofei alzati. Ritenuto il classico difensore inglese di una volta in un’epoca in cui gli allenatori non britannici della Premier League cercavano un altro tipo di difensore, Terry lascia il calcio giocato proprio con il calcio inglese che si sta ripopolando di difensori centrali vecchio stampo. Basti pensare alla nazionale di Southgate con i facili esempi di Stones e Maguire, senza dimenticare il neoconvocato Lewis Dunk che sembra uscito dagli anni Settanta.

Stella del Chelsea dell’era Abramovich con tanto di Champions League vinte (nel 2012, con Di Matteo) e buttate (nel 2008, nella finale del suo famoso rigore sbagliato), ma sempre apprezzato da allenatori molto diversi fra di loro: Ranieri che lo lanciò, Mourinho che ne fece un suo pretoriano, Ancelotti che lo seppe gestire, Conte che pur facendolo giocare pochissimo lo utilizzò come uomo-spogliatoio.

Controverso il suo rapporto con la nazionale, con il dispiacere per la grande vittoria mancata a lui e agli altri componenti della Golden Generation, quel fantastico gruppo di nati fra il 1975 e il 1980: lui, Beckham, Gary Neville, Lampard, Rio Ferdinand, Owen, Gerrard, Ashley Cole. Nonostante l’aspetto da anti-divo, Terry è stato l’architrave degli articoli dei tabloid per almeno 15 anni: dalle risse nei pub agli insulti a sfondo razzista, dall’ubriachezza molesta alle relazioni con fidanzate di compagni di squadra (Wayne Bridge il caso più famoso: per lo scandalo sollevato Capello gli tolse la fascia di capitano dell’Inghilterra), pochi come Terry sono stati capaci di uscire dalle pagine sportive. Lo prova anche la sua autobiografia, per cui ha ricevuto un anticipo degno di Beckham. Di sicuro un grande personaggio e un grande leader, anche se saper trasmettere le proprie conoscenze calcistiche è una sfida sempre difficilissima.