Calcio

La Nazionale senza più serie A

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Il grido d'allarme di Mancini non è una novità per un allenatore della Nazionale, ma arriva in un momento in cui gli italiani in Serie A sono scesi sotto il 40%...

Il discorso di Roberto Mancini sui troppi stranieri del calcio italiano non è nuovo, soprattutto in bocca all’allenatore della Nazionale, ma la differenza con il passato è evidente: mai in serie A l’impiego di giocatori convocabili in azzurro era sceso al di sotto del 40%, come è accaduto nelle prime tre giornate 2018-19. Insomma, la differenza con il passato è prima di tutto nella quantità, che porta ovviamente a un abbassamento della qualità media. Vale la pena ricordare che nel dopoguerra e nei tornei a girone unico, quindi dal 1946 ad oggi, soltanto due campionati di serie A sono stati totalmente autarchici: le due stagioni dopo la partenza per il Canada di Sergio Clerici, nel 1978, e prima della riapertura delle frontiere nel 1980, con il monostraniero diventato doppio nel 1982, triplo nel 1988 e di fatto libero, con qualche aggirabile limitazione agli extracomunitari, dalla sentenza Bosman in poi.

La storia degli stranieri nel calcio italiano è difficile da scrivere, perché agli albori non esistevano distinzioni né avrebbero avuto senso visto che molte squadre erano state fondate ed erano gestite da stranieri, soprattutto inglesi e svizzeri. Dopo un periodo di chiusura si arrivò al regolamento del 1926, con due stranieri tesserabili per squadra ma solo uno utilizzabile, ma l’aria fascista del tempo impose una pronta marcia indietro l’anno dopo con la tesserabilità soltanto di quelli ricordati come ‘oriundi’ ma che nel gergo dell’epoca venivano definiti ‘rimpatriati’. Il concetto era che si trattasse di figli di italiani che ritrovavano la loro vera patria, anche se non sempre questa italianità era evidente. Nel 1946 la riapertura, con infornata di pochi campioni e molti bidoni, e nel 1949 altro cambio di rotta: non più di tre giocatori per squadra fra stranieri e oriundi. Quattro anni dopo Giulio Andreotti, sempre attento al calcio, impose il tesseramento massimo di un solo straniero, con una correzione che sarebbe arrivata soltanto nel 1958: un oriundo e uno straniero per squadra, più un fuoriquota in casi particolari. I ripetuti disastri mondiali portarono nel 1963 alla limitazione rigida a due stranieri e alla naturalizzazione di chi aveva giocato in azzurro (tipo Altafini e Sivori). Nel 1965 la chiusura totale, che è quindi sbagliato attribuire alla sconfitta contro al Corea del Nord al Mondiale 1966. Nessun arrivo di nuovi stranieri fino al 1980, quindi, mentre il resto è storia di oggi.

Abbiamo citato tutte queste svolte non per il gusto di farlo, ma per sottolineare il fatto che abbiamo avuto nazionali forti e nazionali deboli sia nei periodi di apertura agli stranieri sia in quelli di chiusura: non c’è quindi un collegamento diretto fra risultati degli azzurri (campioni del mondo 2006 e vicecampioni d’Europa 2012 con una serie A già piena di stranieri, anche se meno di oggi) e numero degli stranieri, anche perché la Nazionale è la punta di un movimento e non rappresenta il suo livello medio. La perdita di identità deelle singole squadre è invece evidente, visto che non offrono sbocchi nemmeno ai prodotti migliori del loro vivaio: quella con i grandi club è una battaglia persa in partenza, ma non riusciamo ad abituarci al fatto che l’Atalanta non schieri un solo giocatore cresciuto nel suo settore giovanile.