Calcio

La peggiore Germania di sempre

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A due mesi dal disastro in Russia il commissario tecnico Löw non ha trovato di meglio che dare la colpa del risultato all'eccesso di possesso palla. Poche parole su uno spogliatoio spaccato e giocatori senza qualità o invecchiati male...

Stanno per tornare le nazionali e le grandi deluse del Mondiale sono ancora lì ad analizzare i perché del loro fallimento, secondo il famoso teorema di Julio Velasco (“Chi vince festeggia, chi perde spiega”). La più delusa di tutte è probabilmente la Germania, che in Russia ha mostrato la sua peggiore versione di sempre non solo in base ai risultati (questo è oggettivo: mai era stata eliminata nel girone iniziale del torneo) ma anche a quanto trasmesso all’esterno. Insomma, tutto tranne una squadra. Per questo la lettura della vicenda data dopo due mesi da Joachim Löw è stata deludente come il Mondiale.

Il commissario tecnico della nazionale tedesca, in carica dal 2006, campione nel 2014 e riconfermato fino al 2022, presentando la ripartenza della sua squadra (da brividi, contro la Francia in Nations League) ha quasi sorvolato sui tanti casi e si è preso buona parte delle colpe, affermando che è stato un errore puntare troppo sul possesso palla. Ricordando le tre partite in Russia il principale problema non sembra certo il possesso palla, ma semmai proprio il contrario: l’incapacità di trovare un equilibrio nonostante un 4-2-3-1 abbastanza  classico e al tempo stesso la poca pericolosità dei giocatori offensivi. Deludentissimi Werner e Ozil, anonimi quando sono stati impiegati Müller, Reus, Draxler e Goretzka...

Non ci ricordavamo invece i dati esatti sul possesso palla e siamo allora andati a controllare: contro Il Messico, nella prima partita, persa 1-0, 60% a 40 per tedeschi (18-10 i tiri, 8-1 i corner), contro la Svezia, partita vinta all’ultimo secondo con la punzione di Kroos, 71% a 29 (10 a 6 i tiri, 8 a 3 i corner), contro la Corea del Sud 69% a 31 (17-10 i tiri, 9-3 i corner) nella sconfitta per 2-0. Insomma, la Germania non ha avuto certo un atteggiamento tattico sbagliato e la rosa non era tanto peggio di quella del 2014 anche se Lahm, Schweinsteiger e Klose erano giocatori importanti.

Il problema, quasi ignorato di Löw anche a posteriori, è stato la coesione del gruppo e il recente scoop di Stern sulla divisione dello spogliatoio fra tedeschi per così dire veri e tedeschi per così dire acquisiti ha solo confermato l’evidenza. Una squadra spaccata in due, dove nessuno di un gruppo (né tantomeno degli ‘indipendenti’) ha fatto quei piccoli sacrifici che potevano mettere in buona luce qualcuno dell’altro gruppo. Il c.t. rifiuta questa lettura, ma guarda caso nella sua prima uscita post-Mondiale non ci saranno né Ozil, che si è tirato fuori da solo e adesso potrà farsi fotografare con Erdogan tutte le volte che vorrà, né Khedira per il quale Löw ha parlato di decisione concordata. Il basso profilo tenuto dall’allenatore è comprensibile: non vuole che la Germania, intesa come squadra di calcio sia strumentalizzata politicamente, come emblema positivo o negativo (a seconda delle proprie idee) del multiculturalismo. Ma non avere creato uno spogliatoio unito è soprattutto una colpa strettamente calcistica dell’allenatore e il possesso palla non c’entra. Difficile voltare davvero pagina, anche se con i giovani campioni Kehrer (madre del Burundi) e Havertz (tedesco al 100%) ci si prova.