Calcio

La cilindrata di Francia e Italia

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La sconfitta di Nizza ha soprattutto dimostrato la differenza di livello medio fra i giocatori delle due rivali storiche, mai così grande. Pensando anche ai nomi di quelli che Deschamps ha voluto o dovuto lasciare a casa...

La sconfitta della nuova Italia di Mancini a Nizza è stata onorevole, anche perché c’è stata una significativa parte della partita in cui gli azzurri sono andati vicini alla clamorosa rimonta. Questo non toglie che mai nella storia moderna la differenza tecnica e fisica in favore della Francia è sembrata così grande, guardando a chi era in campo e soprattutto a chi non lo era. Nei 23 convocati da Deschamps per il Mondiale non ci sono infatti personaggi come Martial, Lacazette, Payet, Rabiot, Digne, Koscielny, Kurzawa, Coman, Moussa Sissoko, solo per citare gente che gioca nell’Europa che conta e che Deschamps ha nel recente passato preso in considerazione. Se poi andiamo sui nostri giusti personali, notiamo nei 23 la mancanza di Benzema, sia pure giustificata dal caso Valbuena, Laporte, Gameiro, Bakayoko, Kondogbia, Schneiderlin, solo per citare giocatori che tutti conoscono e non andare sui più giovani.

Senza fare del disfattismo si può quindi dire che il numero di buoni giocatori a disposzione di Deschamps sia almeno doppio rispetto a quello a disposizione di Mancini, per mille ragioni che partono da lontano e che ogni tanto vengono dimenticate grazie a qualche buon risultato giovanile, come il recente secondo posto dell’Under 17 di Nunziata all’Europeo. Il sistema dei centri di formazione non è, al di là della mitizzazione che spesso ne facciamo a distanza, molto diverso da quello dei nostri migliori settori giovanili: in questo senso l’Atalanta non ha nulla da invidiare al Lione, per citare due eccellenze. Come spesso accade, in Francia si vendono meglio. Certo, lì oltre a quello dei club c’è anche il lavoro che viene svolto a Clairefontaine sotto la gestione diretta della federazione (da lì sono passati tanti grandi, da Henry a Mbappé), ma la vera differenza sta nell’utilizzo reale dei talenti nel calcio vero. Una semplice scorsa alle rose dice che la Ligue 1 è, fra i 5 grandi tornei nazionali europei, quello con più giocatori locali. E se i migliori dopo la maturazione spiccano il volo verso i grandi club europei (fra i 23 di Deschamp ben 17 giocano o nel PSG o fuori dalla Francia), una buona parte della classe media rimane in patria in un torneo che tecnicamente tutti ritengono inferiore alla serie A ma che, guarda caso, televisivamente adesso vale di più nonostante la corsa al titolo sia ancora più scontata che da noi: circa 1.150 milioni di euro a stagione, per il solo mercato domestico, a partire dal 2020. 

La grande Francia di Platini, campione d’Europa 1984 e semifinalista mondiale 1982 e 1986, era dello stesso rango dell’Italia di Berazot e non è una bestemmia dire che giocasse anche un po’ meglio. Dello stesso livello anche la Francia campione del mondo 1998 e d’Europa 2000 con le Italie di Maldini e Zoff, battute solo ai rigori, stesso discorso per il 2006 di Lippi-Domenech. Adesso, andando oltre il risultato della singola partita, non è più questione di questo o quel campione che fa la differenza, ma di una cilindrata diversa.