Calcio

I migliori dell'Arabia Saudita mondiale

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L'esordio dell'Italia di Mancini e Balotelli è avvenuto contro una nazionale che sta cercando di uscire da un lungo periodo di depressione e ha scelto un modello diverso da quello dei vicini emirati...

La politica sportiva e il terzomondismo giustificano il fatto che l’Arabia Saudita sia al Mondiale e l’Italia no, al di là dei demeriti degli azzurri che sono stati eliminati da una Svezia non troppo superiore alla squadra che Pizzi ha schierato a San Gallo, nella partita che sarà ricordata per l’esordio di Mancini da commissario tecnico e per il ritorno di un Balotelli riveduto e corretto, a segno con un gran gol ma atleticamente molto inferiore all’originale. Sono un po’ i soliti discorsi: il Mondiale è la festa del calcio, tutti i continenti devono avere una rappresentanza significativa e non sempre i grandi mercati (sono rimasti a casa anche Stati Uniti e Cina, per dire) possono essere spinti. Concetti che diventeranno ancora più estremi nel 2026 o addirittura già da Qatar 2022, se l’idea di anticipare l’operazione 48 squadre verrà tradotta in pratica.

Ma veniamo all’Arabia Saudita intesa come squadra, che in Russia porterà 23 giocatori tutti militanti nel proprio campionato nazionale. Consideriamo tali anche i tre che ufficialmente avrebbero giocato in Spagna negli ultimi sei mesi: Al-Shehri al Leganes, Al-Muwallad al Levante e Al-Dawsari al Villkarreal. Si tratta in realtà di prestiti tendenti al farlocco, fortemente voluti e 'aiutati' dalla federazione per far respirare un’aria internazionale ai migliori giocatori del paese. Che nella Liga non hanno praticamente messo piede in campo: Al-Shehri, trequartista e all'occorrenza esterno velocissimo che contro l’Italia al di là del gol è sembrato un fenomeno, in sei mesi con il Leganes non è stato ritenuto degno nemmeno di sedersi panchina una sola volta. Al-Muwallad, che ha fatto un buona impressione nel poco tempo giocato e che ha costretto Donnarumma ad un miracolo, nel Levante almeno qualche volta in panchina ci è andato ed ha giocato, nell’intero girone di ritorno, la bellezza di 26 minuti totali. Quanto ad Al-Dawsari, anche per lui niente panchina e soltanto due settimane fa Calleja gli ha concesso mezz’ora di passerella contro il Real Madrid nell’ultima partita di Liga. Insomma, questi sono i giocatori meno peggio di un movimento che stando ai risultati della nazionale è in depressione, dopo i fasti del recente passato: tre volte campione asiatico, quattro volte di fila al Mondiale dal 1994 al 2006, con gli ottavi raggiunti negli USA (era la memorabile squadra che aveva come stella Al-Owairan e Al-Jaber).

Da qualche anno la federazione sta cercando di invertire la rotta con una strategia diversa rispetto ai vicini Emirati: no a stelle straniere, più o meno bollite che siano, sì ad allenatori che possano portare una nuova mentalità nei giocatori locali. Così in nazionale dal 2011 ad oggi si sono visti pesi massimi come Rijkaard (sua la prima Champions League di un ciclo del Barcellona durato quasi fino ai giorni nostri), Van Marwijk (vice-campione del mondo 2010) e Bauza (non solo il re degli esoneri, ma anche di due Libertadores), oltre a buoni tecnici come Lopez Caro (ex Real Madrid, ora allo Shenzen), Olaroiu (ha preso il posto di Capello allo Jiangsu Suning) e lo stesso Pizzi, che due anni fa alla guida del Cile conquistava la Coppa America battendo la sua Argentina in finale, prima di fallire clamorosamente la qualificazione mondiale con lo stesso Cile. Il ranking FIFA è solo un indicatore, ma dice che adesso l’Arabia Saudita è al 67esimo posto (l’Italia è al 20esimo) quando a inizio decennio era oltre la centesima posizione. Difficile comunque che questa squadra possa andare oltre un gruppo che comprende l’Uruguay, l’Egitto e una Russia deprimente ma pur sempre padrona di casa.