Calcio

La sfida di Ancelotti

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L'ingaggio da parte di De Laurentiis di uno degli allenatori più famosi del mondo ha varie motivazioni, che saranno più chiare dopo i primi acquisti del Napoli. Di sicuro con questa scelta l'allenatore ha ritrovato il gusto della sfida...

Difficile capire il senso della firma di Carlo Ancelotti con il Napoli prima della fine di questo calciomercato. Allenatore che darà alla squadra di De Laurentiis la mitica mentalità internazionale, patente di credibilità per attirare alcuni grandi giocatori, uomo abituato a sentirsi dire che il secondo posto è un fallimento e non una mezza vittoria, foglia di fico per coprire un ridimensionamento del club dopo tre anni di Sarri e un campionato da 91 punti che avrebbe dato lo scudetto in cinque degli ultimi sette campionati, icona anti-juventina ma con una bacheca più ricca di Zeman? Un misto di questi cinque aspetti, probabilmente, con pesi che si comprenderanno meglio con i primi acquisti.

Già adesso si può invece dire che il Napoli è per Ancelotti la prima squadra dopo vent’anni in cui non è obbligato a lottare per il primo posto, anche se il sogno dei napoletani è questo. A dirla tutta Ancelotti era stato preso per lo scudetto anche dal Parma di Tanzi, nell’estate del 1996, dopo la fine dell'era di Nevio Scala e dopo aver guidato la Reggiana alla promozione in serie A. Era una squadra di livello incredibile fra Buffon, Thuram, Cannavaro, Dino Baggio, Chiesa e Crespo tutti nel fiore degli anni e una rosa amplissima, una squadra che arrivò seconda a 2 punti dalla Juventus di Lippi. Con un grandissimo finale di campionato, fra l’altro, e una rimonta vanificata da una sconfitta al Tardini contro l’Udinese di Zaccheroni e da quella nello scontro diretto di Torino, con 6 punti di distacco ma la possibilità di ridurli a 3. Una partita emblematica del calcio di quegli anni, ma forse anche di questi, con il Parma in vantaggio per autorete di Zidane e il pareggio juventino su rigore (fischiato da Collina e segnato da Amoruso) per fallo di Cannavaro su Vieri. Rigore non scandaloso, anzi, ma la tensione fece lo stesso saltare i nervi ad Ancelotti, che fu prontamente espulso. Con un tempo a disposizione la Juventus guidata da Zidane avrebbe potuto battere un Parma in dieci e senza guida, come del resto sarebbe stata logica una reazione del Parma per giocarsi il tutto per tutto visto che con l’1-1 lo scudetto sarebbe di sicuro andato ai bianconeri. Invece, rivedere le immagini per credere, non accadde assolutamente niente. Titic e titoc, con Luciano Moggi e il direttore sportivo del Parma Riccardo Sogliano, suo buonissimo amico, in piedi a bordocampo come a voler lanciare un messaggio ai giocatori. Situazione che non piacque ai tifosi della Juventus, che fischiarono sonoramente, e nemmeno all’avvocato Agnelli che lasciò lo stadio furibondo (furibondo per il suo standard, ovviamente). Una partita che i giocatori di entrambe le squadre dimenticarono presto, da veri uomini di calcio, tutti tranne uno: Daniel Bravo, quel giorno riserva, che chiese ai compagni cosa stesse succedendo e perché non stessero provando a fare qualcosa, sentendosi rispondere (l’ha raccontato lui stesso in un’intervista del 2012) che in Italia funzionava così.

Secondo alcuni ancelottologi-ancelottiani l’antipatia di Ancelotti per la Juventus, sottolineata anche nell’autobiografia e in occasione della recente finale di Coppa Italia, è nata lì più che da giocatore di Roma (era in campo nella partita del gol annullato a Turone) e Milan. Questo vissuto non gli impedì però qualche anno dopo di accettare le proposte di Giraudo e Moggi per allenare la squadra bianconera, con due secondi posti in cui, per motivi diversi, la squadra vittima del sistema fu proprio la sua Juventus. La dietrologia permette di trovare le risposte desiderate, sempre, e gli antipatizzanti di Ancelotti hanno buon gioco nel ricordare che in 8 anni al timone del Milan di Shevchenko, Maldini, Pirlo, Kakà, Gattuso, eccetera, sia riuscito nell’impresa di vincere un solo scudetto nonostante il club di Berlusconi e Galliani fosse ben dentro la politica sportiva di quegli anni (Galliani presidente di Lega, fra l'altro).

Si usa dire, soprattutto degli allenatori con tante vittorie alle spalle (dalle 3 Champions League a tutto il resto), che non hanno più niente da dimostrare, ma non è vero. Ancelotti a quasi 60 anni ha preso questa del Napoli come una grande sfida, a se stesso e a chi dice che ha quasi sempre scelto situazioni comode in grandi club in cui ha vinto (facili gli esempi di Chelsea, PSG, Real e Bayern) ma meno di quanto avrebbe potuto/dovuto. Come tutte le vere sfide non ha un risultato già scritto.