Calcio

Gaetano Anzalone, il rifondatore della Roma

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La morte dell'ex presidente giallorosso impone di ricordare una persona che ha governato il club nei difficili anni Settanta, ponendo le basi per i successi dell'era Viola. Con idee che ancora oggi portano effetti positivi, dal marchio a Trigoria...

Fra il calciomercato e il Mondiale la notizia della morte di Gaetano Anzalone, avvenuta la scorsa settimana, è passata quasi sotto silenzio. Eppure l’uomo che è stato presidente dalla Roma per praticamente tutti gli anni Settanta è stato uno dei pochi dirigenti che al calcio italiano italiano hanno dato qualcosa invece di prendere. Costruttore edile e politico democristiano, quindi con il curriculum perfetto per il calcio di quegli anni, rilevò la Roma da Alvaro Marchini nel 1971 pagandola un miliardo e 480 milioni di lire e si trovò ad operare in anni in cui la Juventus si era riorganizzata con Boniperti e Allodi, prendendo gradualmente quasi tutti i migliori giocatori prendibili (situazione paragonabile a quella di oggi, pur nella diversità del contesto) e con altre squadre strutturalmente più forti: dalla Lazio di Lenzini all’Inter di Fraizzoli, dal Napoli di Ferlaino allo stesso Milan, pur fra i vari cambi societari ispirati o contrastati da Rivera.

Da ricordare è il modo in cui Anzalone arrivò alla presidenza della Roma, l’11 giugno del 1971. Una svolta che di fatto fu imposta dai tifosi giallorossi con l’invasione di campo al termine di Roma-Blackpool che soltanto il dio del calcio impedì si trasformasse in tragedia. Furono minacciati i giocatori, ma l’obbiettivo era Marchini che l’anno prima aveva ceduto Capello, Spinosi e Landini (Fausto, fratello del più famoso Spartaco) e che non sembrava avere grandi progetti. Anzalone, nato nel 1930 a Roma, era già da sei stagioni nel consiglio direttivo del club dove era stato chiamato da Franco Evangelisti e dove si era occupato soprattutto del vivaio.

Anzalone ebbe l’intelligenza di costruire il futuro giallorosso, invece di buttare via soldi per giocatori che non l’avrebbero comunque portato allo scudetto. A lui si deve la creazione di Trigoria, la ristrutturazione del settore giovanile, una attenta politica di prestiti per far maturare i ragazzi, addirittura anche un’attenzione al merchandising che negli anni Settanta non esisteva nemmeno come parola e l’idea, non messa in pratica, degli abbonamenti vip pluriennali. Non solo: ispirato dallo sport americano, nel 1978 Anzalone fece disegnare e depositò il marchio Roma, con il logo del lupetto che tutti conoscono e che tanto bene avrebbe fatto nei decenni successivi alle casse societarie.

In negativo va detto che l’unico allenatore che azzeccò fu Nils Liedholm, e non è comunque poco, mentre abbastanza male le cose andarono con un Helenio Herrera in declino, Scopigno e Giagnoni, senza stare a ricordare i traghettatori (fra i quali l’ex c.t. azzurro Valcareggi). Anzalone, che dagli amici si faceva chiamare Gay, nonostante la sua biografia era un tipo alla mano o che così voleva apparire: spesso senza giacca in un’Italia in cui gli uomini mettevano la giacca sempre, aveva molte idee ma era arrivato con qualche anno di anticipo sui tempi. Gli chiedevano di vincere in una situazione in cui era impossibile farlo, per questo più volte tentò di sganciarsi dalla Roma (nel 1978 fu sul punto di vendere ad altri costruttori e diventare presidente della Lega) e con più di un giocatore ebbe problemi mediatici: memorabili le polemiche con Ciccio Cordova, nella Roma degli anni Settanta personaggio di culto (il suo passaggio alla Lazio nel 1976 fece epoca) e che dopo l’addio di Anzalone provò anche senza successo a tornare.

Dopo avere sfiorato la retrocessione vendette quindi la società a Dino Viola, per una cifra mai realmente chiarita, con versioni che vanno dal miliardo e 600 milioni di Anzalone ai cinque miliardi di alcuni giornali. In ogni caso un regalo, visto che il solo Pruzzo era stato pagato 3 miliardi e che Trigoria ne valeva quasi altrettanti… Il suo più grande errore fu lasciar andare Liedholm al Milan, nel 1977, due anni dopo che lo svedese aveva ottenuto uno storico terzo posto. Trigoria, il suo grande sogno, sarebbe stata inaugurata qualche settimana dopo il suo addio, con Viola presidente e Liedholm allenatore. Da ricordare che quello che è tuttora il centro sportivo giallorosso fu costruito da Anazlone stesso su un terreno che era stato acquistato da Marini Dettina, presidente dal 1962 al 1965 e realmente rovinatosi per la Roma, ma ci piace soprattutto ricordare il tempo di costruzione: meno di un anno. Anzalone lasciò al suo successore una squadra con Bruno Conti, Pruzzo, Di Bartolomei (suo pupillo), Tancredi, lo sfortunato Rocca e un settore giovanile di primissimo piano. Insomma, nessuno è un santo (spesso nemmeno i santi), ma ricordando l’Anzalone presidente della Roma bisogna dire che c’è chi semina e chi raccoglie. Lui ha seminato.