Calcio

La rivincita azzurra di Mancini

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Il candidato principale alla panchina della Nazionale ha da giocatore di grande classe ricevuto dall'Italia quasi soltanto delusioni, con tre diversi commissari tecnici, in parte per colpa sua. Adesso però potrebbe riscrivere la storia... 

È molto difficile che la trattativa fra Roberto Mancini e la FIGC salti per questioni di soldi quando le parti si rivedranno, fra due settimane, al termine del campionato russo dove lo Zenit è quarto a tre punti dalla qualificazione diretta alla Champions (come seconda) e a due da quella ai playoff di agosto. Se diventerà commissario tecnico qualcun altro sarà perché Malagò, Fabbricini, Costacurta, eccetera, avranno cambiato idea (o magari avrà cambiato idea Conte, nemmeno lui lo sa) e non per scarso entusiasmo di un allenatore che ha un profilo e un mercato internazionali ma anche tante rivincite da prendersi in patria. E la principale è quella in azzurro. Dove da giocatore, probabilmente il migliore della sua generazione se valutato per quello che ha fatto a livello di club, raramente ha avuto fortuna e spesso anzi ha fallito.

Forse non tutti ricordano che Bearzot apprezzava Mancini già quando da minorenne giocava in serie A con il Bologna: fu addirittura tentato di inserirlo nei 40 pre-allertati per il Mondiale 1982, ma poi non volle creare illusioni in un ragazzo dal grande avvenire. Nella nazionale maggiore, campione del mondo in carica, lo fece esordire diciannovenne in una tournée nordamericana alla fine del maggio 1984: il secondo tempo con il Canada, al posto di Giordano, poi il secondo con gli Stati Uniti, sempre al posto di Giordano. Pochi problemi in campo, ma fuori un furibondo litigio, per la verità un monologo di Bearzot, perché il giovane della Sampdoria una sera era andato in giro di sera per New York insieme a Tardelli e Gentile, invece di rimanere in albergo. Non c’erano consegne particolari da rispettare, ma Bearzot giudicò troppo leggero il comportamento di un giovane che nella sua visione del mondo avrebbe dovuto ringraziare il cielo di essere lì. Con il pretesto di un piccolo infortunio non lo convocò per i Giochi di Los Angeles, quando sembrava avesse il posto sicuro, e non lo volle vedere nemmeno dipinto nei suoi successivi due anni alla guida dell’Italia, quando fra l'altro Mancini ebbe problemi anche nella Sampdoria, con Bersellini. 

Nel frattempo Mancini era però diventato una colonna della bellissima Under 21 di Vicini, con Vialli, Donadoni, De Napoli, Giannini e fuoriquota come Zenga e Matteoli, così quando Vicini diventò c.t. il suo ritorno nella Nazionale maggiore sembrò naturale. In realtà anche con Vicini il suo inserimento fu difficoltoso, al contrario di quello di Vialli: colpa di un Altobelli che segnava molto più di lui e che il c.t. vedeva, insieme a Cabrini, come anello di congiunzione con la vecchia Italia di Bearzot. Non che Vicini amasse Bearzot, anzi si detestavano reciprocamente, ma con i singoli giocatori aveva un ottimo rapporto. Fra l’altro il ruolo di Mancini non era chiaro: quasi tutti gli allenatori avuti, in particolare Ulivieri, lo vedevano con il fisico e i movimenti della prima punta, pur avendo qualità tecniche da rifinitore, mentre lui (e il presidente della Samp, Mantovani) voleva essere più libero.

In ogni caso pur con la stima del c.t. Mancini giocò poco e male durante le qualificazioni alla fase finale dell’Europeo (7 posti più quello della Germania Ovest ospitante, non il tremendo ‘tutti dentro’ attuale), pagando anche certe sue dichiarazioni contro gli arbitri e diventando titolare nelle amichevoli prima della manifestazione. Nella partita di esordio, in coppia con Vialli contro la Germania padrona di casa, il suo primo gol azzurro (Immel il portiere) festeggiato con un memorabile gestaccio all’indirizzo della tribuna stampa. Non gli portò bene e finì l’Europeo in calando, con una disastrosa semifinale contro l’Unione Sovietica di Lobanovski. Da lì iniziò un curioso balletto con Vicini, che non si capacitava del suo rendimento in azzurro così inferiore a quello nella Sampdoria. Complice l’ascesa prepotente di Baggio, Mancini non fu nemmeno convocato per più di un anno, nonostante il rendimento (anche europeo) pazzesco nella Sampdoria e soltanto alla vigilia di Italia ’90 il rapporto con Vicini tornò sereno. Al punto che Mancini accettò, almeno esteriormente, il suo ruolo defilato nei 22 del Mondiale: non giocò nemmeno un minuto, neppure nella finale per il terzo posto di Bari contro l’Inghilterra. Incredibile, considerando certi nomi che hanno vestito la maglia azzurra in attacco nelle ultime stagioni.

Dopo qualche altra apparizione con Vicini e il ruolo di c.t. passato a Sacchi la carriera azzurra di Mancini sembrava finita, a 27 anni. A prima vista non era un giocatore da Sacchi, che però sorprese tutti chiamandolo in qualche partita di qualificazione mondiale: seconda punta nel classico 4-4-2 sacchiano, segnando altri 3 gol e provando ad essere quello che non era. Lo stesso Sacchi provò ad essere quello che non era, al punto che in un’amichevole con la Germania provò un 4-3-3 con Mancini, Signori e Casiraghi di punta. Non sarebbe stato l’ultimo esperimento di Sacchi con questo schema, ma sarebbe stata l’ultima apparizione di Mancini in Nazionale. Se diventerà c.t. azzurro l’ultima cosa a mancargli saranno le motivazioni.