Calcio

La scoperta di Ray Wilkins

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L'Italia si accorse del centrocampista inglese al torneo del Bicentenario 1976, quando si scontrò con quel Capello che avrebbe ritrovato otto anni dopo al Milan. Ci lascia una persona di classe...

Prima del derby di Milano nessuno minuto di raccoglimento per Ray Wilkins, morto prematuramente a 61 anni dopo una grande carriera da giocatore e una più defilata ma molto apprezzata come allenatore-consulente. Solo un applauso a tifoserie unificate, forse più sentito del cordoglio nazionale imposto in altre occasioni. Eppure stiamo parlando di un giocatore che è stato protagonista nel Milan, in un’epoca in cui nella serie A un titolare, a volte anche capitano, della nazionale inglese poteva trovare interessante una squadra italiana di centroclassifica e il miglior calciatore di tutti i tempi lasciava il Barcellona per la nostra dodicesima squadra.

La prima volta in cui noi italiani vedemmo Ray Wilkins fu nel 1976, in occasione del quadrangolare per il Bicentenario dell'Indipendenza degli Stati Uniti con Italia, Inghilterra, Brasile e Stati Uniti (in realtà una selezione della NASL, visto che ci giocavano anche Pelé e Chinaglia). Don Revie stava ricostruendo la nazionale inglese dopo la mancata qualificazione mondiale del 1974 e pochi mesi dopo avrebbe dovuto affrontare l’Italia in una partita vera per il torneo del 1978. La sfida di New York fu quindi in maschera, al punto che Revie presentò una squadra quasi sperimentale rinunciando addirittura a Keegan che all’epoca era la stella assoluta del calcio europeo, fresco della Coppa UEFA vinta con il Liverpool e che l’anno dopo sarebbe stata seguita dalla Coppa dei Campioni, nella finale di Roma contro un clamoroso Borussia Mönchengladbach (Vogts, Bonhof, Stielike, Simonsen, Heynckes…).

La situazione ideale per far esordire il ventenne capitano del Chelsea. Quel 28 maggio ascoltammo la partita alla radio (si giocava alle 22 e 30, ora italiana), non perché il televisore si fosse rotto ma perché Italia-Inghilterra sarebbe stata trasmessa, senza un vero perché (si parlò di generici problemi tecnici), soltanto il giorno dopo. Gli azzurri di Bernardini e Bearzot iniziarono bene, con una doppietta di Graziani, ma poi l’Inghilterra con quattro soli titolari ci dominò, ribaltando il punteggio con Thompson e una doppietta di Channon, vincendo 3-2. Memoria pura, visto che dai tabellini dell’epoca è impossibile ricostruire la tattica: Wilkins era presentato come centrocampista, ma giocò in realtà da esterno, cambiando più volte fascia e mostrando anche un bel passo. Come spesso avveniva in quei tempi di marcature fisse o semi-fisse, ad essere portato fuori zona fu il suo avversario diretto e cioè Fabio Capello. Wilkins da quasi-ala giocò benissimo, sfiorando anche in diverse occasioni il gol. Insomma, il regista un po’ lento di qualche anno dopo doveva ancora arrivare.

Da ricordare anche la trattativa che nell’estate del 1984 portò questo campione, titolare dell’Inghilterra al Mondiale di due anni prima (il capitano non era lui, però, e nemmeno Bryan Robson, ma Mick Mills), dal Manchester United al Milan. Era lo United di Ron Atkinson, non quello di Busby e nemmeno quello di Ferguson ma comunque una buonissima squadra, quarta in First Division e semifinalista di Coppa delle Coppe (eliminata dalla Juventus, che poi avrebbe vinto il trofeo). Il Milan di Farina, che aveva appena strappato Liedholm alla Roma, veniva invece da un ottavo posto. Diciamo questo non per copiare dagli almanacchi ma per inquadrare il calcio dell’epoca. La trattativa per Wilkins fu portata avanti da Antonio Cardillo, consulente di Farina e già artefice l’anno prima delle operazioni Gerets e Blissett. Cardillo fece circolare la voce che il Milan fosse interessato a Robson (l’arrivo di Robson in Italia come fake news dell’epoca era seconda soltanto a quelle riguardanti Schuster o il valzer dei portieri), ma il vero obbiettivo, su precisa segnalazione di Liedholm, era Wilkins. Prima offerta milanista di circa due miliardi di lire, per chiudere poi a tre miliardi e mezzo, a cui aggiungere 400 milioni lordi a stagione al giocatore, per 3 anni. La firma avvenne davanti agli occhi di Farina, Cardillo e di Gianni Rivera. E poco dopo Wilkins arrivò a Milano, dove il suo accompagnantore a visionare case fu nientemeno che Capello, proprio il suo avversario di otto anni prima a New York, diventato allenatore nelle giovanili rossonere.

Il secondo straniero non fu Rudi Völler, che Ramaccioni per mesi aveva trattato con il Werder Brema, ma l'emergente Mark Hateley. Le prime due stagioni milaniste di Wilkins (e la prima di Hateley, quella del famoso gol nel derby) furono molto positive, poi il passaggio (eufemismo) da Farina a Berlusconi cambiò logiche, prospettive e tipo di giocari su cui puntare. Ma la base del primo grande Milan che avrebbe vinto tutto, da Baresi a Maldini, da Tassotti a Filippo Galli, da Evani a Virdis, c’era già nel Milan di Wilkins. Che da giocatore tirò un po' troppo in lungo la carriera, prima di piombare nel classico post-calcio di tanti inglesi, fra alcol e depressione, e di riprendersi sempre grazie al calcio.