Calcio

Conte e gli allenatori da Chelsea

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L'avventura a Londra dell'allenatore italiano sembra finita, dopo un primo anno ottimo e un secondo deludente, in rapporto alle aspettative. Eppure per caratteristiche e filosofia sarebbe ancora l'uomo giusto per l'Abramovich del 2018, ben diverso da quello di 15 anni fa...

Nessuno, lui per primo, pensa che l’anno prossimo Antonio Conte sarà ancora sulla panchina del Chelsea a prescindere dal contratto che lo legherebbe ad Abramovich fino al 2019. Dopo la sconfitta pasquale con il Tottenham che di fatto esclude i Blues dalla prossima Champions League, la prima con la formula che di fatto la trasformerà in una sorta di superlega, l’unica incertezza è sulle modalità dell’addio. In maniera soft, con l’allenatore campione d’Inghilterra che valuterà cosa sta maturando fra Nazionale e PSG, o in maniera hard con esonero a prescindere? Non possiamo inventare scenari che mentre stiamo scrivendo queste righe non sono ancora chiari nemmeno nella testa di Conte, ma notiamo come la panchina del Chelsea sia diventata la più difficile fra quella dei sei grandi club di Premier League.

Andiamo al giugno 2003, quando Abramovich rilevò da Ken Bates il controllo del club. Che nella sua storia aveva vinto poco, ma che di sicuro non era in una situazione tragica: con Ranieri era appena arrivato quarto in Premier League e infatti con lo stesso allenatore Abramovich ruppe il ghiaccio con un secondo posto in campionato e le semifinali di Champions League: era già la squadra di Terry e Lampard. Abramovich si innamorò di Mourinho, vincitore di quella Champions con il Porto, e l’amore fu ricambiato: con l’arrivo di giocatori al top, tipo il PSG di adesso, arrivarono due trionfi in Premier League e una nuova dimensione per il Chelsea. Non però la Champions League, così dopo tre tentativi ed all’inizio del quarto Mourinho rescisse consensualmente il contratto lasciando la panchina al detestato Grant, consigliere di Abramovich a periodi alternati. Dopo i tre anni e rotti di Mourinho la panchina del Chelsea ha bruciato (non gratis) allenatori dalla caratteristiche umane e tecniche molto diverse ma tutti comunque di primo piano. A prescindere dalle vittorie ottenute, che non hanno salvato Di Matteo (sua la Champions 2011-12 e una FA Cup), Ancelotti (Premier League e FA Cup), il Mourinho bis (Premier League e Coppa di Lega), Benitez (Europa League) e lo stesso Conte, mentre fra quelli che sono andati male ci sono nomi come Scolari, Hiddink e Villas-Boas.

Contando anche i traghettatori, dal 2003 l’Arsenal ha avuto un solo allenatore, ovviamente Arsene Wenger, il Manchester United 5 (Ferguson, Moyes, Giggs, Van Gaal e Mourinho), il Liverpool 6 (Houllier, Benitez, Hodgson, Dalglish, Rodgers e Klopp), Il Manchester City 8 (Keegan, Pearce, Eriksson, Hughes, Mancini, Kidd, Pellegrini e Guardiola), il Tottenham 9 (Hoddle, Pleat, Santini, Jol, Ramos, Redknapp, Villas-Boas, Sherwood e Pochettino) e il Chelsea addirittura 14 (Ranieri, Mourinho, Grant, Scolari, Wilkins, Hiddink, Ancelotti, Villas-Boas, Di Matteo, Benitez, ancora Mourinho, Holland, ancora Hiddink e Conte), in media quasi uno all'anno.

Bisogna sottolineare un dato di fatto, che contraddice i luoghi comuni: Abramovich non butta via i soldi, non l’ha mai fatto. Ha preso il Chelsea per una somma che attualizzata non è superiore ai 250 milioni di euro ed ha iniziato a finanziarlo con prestiti personali e attraverso una sua controllata, in totale nel corso degli anni circa 850 milioni di euro tutti convertiti in capitale. Il valore attuale del Chelsea, secondo Forbes e non solo, è intorno al miliardo e trecento milioni ed i conti sono in sostanziale equilibrio. Cosa vogliamo dire? Che Conte forse si aspettava logiche alla Manchester City, nell’inseguire certi giocatori, invece è capitato nella fase della storia del Chelsea in cui le logiche sono diventate da Juventus. E in ogni caso con un proprietario molto visibile e presente, abile nel delegare la parte del cattivo ai suoi dirigenti, su tutti Marina Granovskaja, e deciso nel cambiare rotta quando vede che un allenatore ha perso un po' di carica.