Calcio

La provincia scelta da Mondonico

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La morte di un allenatore che ha guidato squadre memorabili fa riflettere sulle etichette mediatiche che spesso limitano la carriera di chi propone il calcio all'italiana. Anche se Mondonico non ha mai avuto rimpianti...

Poche persone come Emiliano Mondonico si prestano alla retorica sul calcio di provincia che non c’è più, il mitico calcio pane e salame che viene rimpianto soprattutto da chi non lo ha mai visto e lo conosce soltanto attraverso lo storytelling (traduzione: copiare articoli del passato e riempirli di citazioni a caso per dimostrare di aver fatto il liceo) imperante. Adesso che purtroppo è morto, a 71 anni e dopo una lunga battaglia con il cancro, si può dire che Mondonico è stato un ottimo allenatore, che si è scelto la dimensione giusta per il suo calcio e che non ha mai avuto ambizioni più alte nemmeno quando per età e per moda era considerato emergente. Lui stesso ha sempre spiegato di non avere rimpianti, di fare il traghettatore per una grande in crisi si è sempre rifiutato e proposte più alte non gliene hanno mai fatte. 

Quasi mezzo secolo di carriera, fra gli anni da giocatore e quelli da allenatore, vissuti fra il Torino e soprattutto la Lombardia profonda, con il finale di Novara e le eccezioni non a caso dai risultati negativi di Napoli e Cosenza più la buona annata alla Fiorentina, di cui si era sempre dichiarato simpatizzante, conclusa con la promozione in A e un esonero qualche mese dopo. Significativo che Mondonico abbia allenato tutte le squadre in cui ha giocato, tranne il Monza, a riprova di un attaccamento alle proprie radici che nel mondo di oggi, ancora in più che in quello in cui è cresciuto Mondonico, è una ricchezza.

Al di là dei mille aneddoti risaputi (la fuga per i Rolling Stones, la sedia di Amsterdam, eccetera), riteniamo obbligatorio ricordare le tre migliori stagioni di Mondonico. La prima è quella 1983-84, quando la Cremonese ottenne una storica promozione in serie A dopo averla sfiorata l’anno prima. La squadra presieduta da Luzzara metteva in campo un giovane Vialli, ma anche giocatori oggi dimenticati: in porta Drago, in difesa Garzilli e Montorfano, a centrocampo Bonomi e Finardi, in attacco Nicoletti. Mondonico aveva preso in mano la squadra due anni prima, quando da allenatore della Primavera fu chiamato da Luzzara a sostituire Guido Vincenzi, l’allenatore della promozione in B.

La seconda è l’Atalanta 1987-88, squadra di B che riuscì nell’impresa di arrivare alla semfinale di Coppa della Coppe: Piotti, Progna, Carmine Gentile, Bonacina, Fortunato, Nicolini, Cantarutti (il gol di Lisbona è culto), Garlini, con Stromberg come stella. Il cammino si interruppe contro i belgi del Mechelen, all’epoca molto forti e più conosciuti con il nome francese di Malines, dove giocavano Preud’homme e il padre di Kim Clijsters. La terza squadra del cuore di Mondonico è il Torino 1991-92, con presidente l’indimenticato Borsano e direttore sportivo Luciano Moggi (...), che arrivò terzo in campionato e in finale di Coppa UEFA contro l’Ajax di Bergkamp. Di certo la miglior squadra mai allenata da Mondonico fra Marchegiani, Pasquale Bruno, Mussi, Benedetti, Annoni, Cravero, Fusi, Sordo, Venturin, Martin Vazquez, Scifo, Casagrande, Bresciani Lentini.  

La sfortuna di Mondonico è quella di essere stato emergente nel momento in cui in cui gli allenatori cosiddetti ‘italianisti’ venivano sottovalutati, ben prima dell’arrivo di Sacchi al Milan che avrebbe questa ideologia giornalistica al suo estremo, con effetti che durano ancora oggi. Di certo anche come opinionista televisivo non ha mai amato i teorizzatori, quelli che giustificano le sconfitte parlando di ‘progetto’. Lui si poneva sull’estremo opposto, il suo era il calcio dei giocatori coscienti dei propri limiti e non a caso sosteneva spesso che il Mondonico giocatore, ala di talento ma abbastanza presuntuosa, con lui non avrebbe mai trovato spazio. Forse era in parte costruito, proprio come gli allenatori di altre parrocchie e in definitiva tutti gli esseri umani. Il termine ‘provinciale’ viene spesso usato in maniera stupidamente dispregiativa, ma il ‘provinciale’ era per Mondonico una precisa scelta di vita e di calcio che andava oltre la tattica. Se il presente e il futuro sono un magma indistinto di allenatori, stadi, squadre, tifosi che senza le sovraimpressioni in tivù potrebbero sembrare indifferentemente di Dortmund o di Napoli, di Liverpool o di Siviglia, il tutto a beneficio di spettatori-turisti-clienti che strapagano magliette disegnate da pazzoidi, allora meglio la provincia di Mondonico.