Calcio

Il Napoli e la Napoli di Luigi Necco

La morte del giornalista reso celebre dal Novantesimo Minuto degli anni d'oro è anche quella di un modo ironico di raccontare il calcio. Che nell'epoca della spazzatura social è semplicemente inimmaginabile...

La morte di Luigi Necco, a quasi 84 anni, ci ricorda una volta di più che gli anni Ottanta sono stati gli anni d’oro del calcio italiano per mille motivi, non ultimo quello che dall’anno di grazia 1982 al 1991, quindi in nove stagioni, vinsero lo scudetto sette squadre diverse. Fra queste, ben due volte (l’altra doppietta fu della Juventus di Platini), il Napoli di Maradona meravigliosamente raccontato da Necco in Novantesimo Minuto.

Fra cronaca, perché nell’era pre pay-tv la trasmissione condotta da Paolo Valenti era la prima a mostrare le immagini delle partite, e battute all’indirizzo degli inviati ‘milanesi’ (che ruotavano, ma per il pubblico l’anti-Necco in senso antropologico era Gianni Vasino) e ‘torinesi’, Necco si era costruito un personaggio sostanzialmente diverso dal Necco giornalista a 360 gradi. Che durante la settimana si occupava di temi seri e che nel 1981 fu anche gambizzato da un uomo appartenente al clan di Raffaele Cutolo. Con alti e bassi i suoi rapporti con il presidente del Napoli Ferlaino, con più bassi che alti quello con il presidente dell’Avellino Sibilia (il padre dell’attuale capo dei Dilettanti, nonché deputato di Forza Italia), che fra le altre cose non gradì la cronaca di un episodio che visto con gli occhi di oggi appare incredibile, cioè la consegna di una medaglia d’oro da parte di Juary (ai tempi attaccante dell’Avellino, prima di passare all’Inter e di vincere una Coppa dei Campioni con il Porto) proprio a Cutolo, con dedica ufficiale al boss da parte del club.

Cronista non solo di sport, quindi, ma anche giornalista culturale e grande appassionato di archeologia: tanti i documentari girati, il più famoso sul ritrovamento del tesoro di Troia, quello rinvenuto da Heinrich Schliemann e poi scomparso sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Anche presentatore di programmi televisivi di genere diverso: sia quando parlava di cinema, memorabili i suoi servizi da Giffoni, sia quando faceva il difensore civico (a Rai Tre fu il successore di Lubrano), Necco metteva in campo prima di tutto il suo stile apparentemente svagato, in qualche modo ispiratore del Felice Caccamo di 'Mai dire gol'. 

Ma con tutto il rispetto per l’archeologia, il cinema e la cronaca, è inutile ingannare noi stessi e girarci intorno: Necco è entrato nel cuore degli italiani come una delle ‘maschere’ più riuscite del teatrino che abilmente Valenti aveva messo in piedi. Teatrino il cui fondamento ideologico era semplice: l’Italia era ed è un paese di campanili, nella migliore delle ipotesi di regioni, quindi i giornalisti che la raccontano devono rappresentare il proprio luogo di provenienza e non essere asettici impiegati della notizia (o della non notizia, più spesso ancora). Giorgio Bubba da Genova, Marcello Giannini da Firenze, Tonino Carino da Ascoli, Cesare Castellotti da Torino: impossibile dimenticare quelle caratterizzazioni, a volte anche forzate ma tutte comunque credibili e memorabili. Sempre dentro i confini dell'educazione e lontane dalla volgarità di certe tivù locali, bisogna precisare. Curioso è che quell'impostazione oggi sarebbe modernissima, visto che quasi tutti quelli davvero interessati vedono le partite in diretta. 

Del Necco di Novantesimo minuto non rimangono però soltanto la sciarpa rossa, le battute (la più famosa “Milano chiama, Napoli risponde”, la nostra preferita “Scud di Maradona e Patriot di Zunico”) e la coreografia fatta di bambini, e meno bambini, urlanti vicino a lui quando già erano passate due ore dalla fine della partita, ma anche un’ironia nel raccontare il calcio che oggi scatenerebbe valanghe di insulti sui social spazzatura mentre ai tempi strappava un sorriso anche a chi non tifava Napoli.