Calcio

Il rapimento di Quini

Il grande attaccante spagnolo è morto a 68 anni ed il suo nome è legato non soltanto ai tantissimi gol ma anche al sequestro del 1981 che impedì al Barcellona di vincere il campionato spagnolo...

Uno dei più grandi attaccanti spagnoli della storia ci ha lasciato a 68 anni a causa di un infarto. Ma Quini, nome di battaglia di Enrique Castro Gonzalez, è destinato ad essere ricordato non solo per i suoi sette titoli di Pichichi (cioè capocannoniere), di cui due in Segunda Division con lo Sporting Gijon, e i quasi 400 gol fra club e nazionale, ma per il rapimento avvenuto quando era da poco arrivato al Barcellona dove come allenatore era tornato nientemeno che Helenio Herrera.

Il primo marzo del 1981, dopo una doppietta nel 6-0 all’Hercules al Camp Nou (all’epoca però dicevamo Nou Camp, chissà perché) e i blaugrana in piena corsa per il titolo, Quini va all’aeroporto per aspettare moglie e figli di ritorno da un viaggio. All’aeroporto la sua Ford Granada non arriverà mai, perché lungo il tragitto il capocannoniere del torneo (18 gol in 26 partite, fino a quel momento), viene fermato e rapito da un gruppo di delinquenti. Visto il clima politico in Spagna si pensa però subito ad un sequestro di altro tipo ed in effetti le prime rivendicazioni sono in questo senso. Quella con maggior credibilità sembra del Battaglione catalano-spagnolo, organizzazione di estrema destra che non vorrebbe che il campionato venisse vinto dal Barcellona, espressione di una città separatista. Arrivano anche altre telefonate, con più concrete richieste di riscatto.

Per il Barcellona è una tragedia umana e anche sportiva, perché la domenica dopo dovrà affrontare l’Atletico Madrid capolista con due punti di vantaggio: la squadra di Herrera, fra Simonsen e Schuster, è piena di qualità ma perdere il miglior attaccante del campionato e perderlo in questo modo è lo stesso una mazzata. Con il passare dei giorni diventa più chiaro che il rapimento ha scopo di estorsione e, anche se è brutto dirlo, per la Spagna ancora sotto choc per il tentato golpe del tenente colonnello Tejero e gli attentati dell’ETA questo è un bene. Un nastro registrato fonsisce la prova che Quini è vivo e la prima richiesta di riscatto equivale a circa 4 miliardi di lire dell’epoca. Un altro nastro arriva alla squadra, con Quini che esorta i compagni a lottare in campo anche per lui. Incredibile che in questo clima si scelga di giocare, certo non un favore ai catalani visto che tutti i giocatori vorrebbero il rinvio della partita. Finisce 1-0 per l’Atletico, gol di Marcos Alonso (il padre dell’attuale centrocampista del Chelsea), con il distacco in classifica che arriva a quattro punti (asterisco per i più giovani: due punti per la vittoria, come era e sarebbe giusto per non svalutare i pareggi combattuti). Nessuno ha la testa sulla partita e il presidente Nunez intanto pensa a come raccogliere il denaro per il riscatto.

Le settimane passano e finalmente la polizia il 25 marzo riesce a liberare il centravanti: riescono a localizzarlo in una officina di Saragozza, nascosto in cantina, e con un blitz riescono a tirarlo fuori arrestando anche tre della banda di sequestratori. Il trucco è stato quello di pagare un finto riscatto (l’equivalente di un miliardo e 200 milioni di lire, quando un quotidiano costava 400 lire) in una banca di Ginevra: lì è stata bloccata la mente finanziaria della banda e la si è costretta a confessare. Quini appare scosso, ha la barba lunga e si regge a stento in piedi. Per qualche giorno ha pensato al suicidio, come scriverà più avanti nel suo libro, nei rimanenti ha avuto paura di essere ammazzato. I malviventi non si sono mai fatti vedere in faccia ma ogni tanto gli hanno dato una copia di Marca per tenerlo informato sui risultati del Barcellona, che senza Quini ha smesso di vincere.

Il giocatore sembra psicologicamente distrutto, ma reagisce subito: il giorno dopo è già ad allenarsi agli ordini di Herrera, anche se il campionato ormai se ne è andato. C’è da affrontare il Real Madrid al Bernabeu e Quini vorrebbe scendere in campo, ma Herrera non lo rischia. Nel finale di campionato segnerà altri due gol, che gli daranno l’ennesima vittoria nella classifica cannonieri, davanti a Juanito e Dani, ma nonostante la classifica corta il Barcellona non riuscirà a recuperare. Il titolo non andrà però all’Atletico Madrid, ma alla Real Sociedad trascinata da Jesus Zamora. Quini però trascinerà il Barcellona alla vittoria in Copa del Rey e nella finale del 18 giugno, giocata in quel Vicente Calderon dove avrebbe dovuto esserci l’8 marzo, segna anche due gol al suo amato Sporting Gijon. E nel 1982, dopo aver vinto da protagonista la Coppa delle Coppe (finale al Camp Nou contro lo Standard Liegi di Goethals, che aveva in campo giocatori come Preud'homme a Arie Haan), giocherà nel mondiale spagnolo, anche se poco (27 minuti con la Jugoslavia, un tempo con l’Irlanda del Nord, 72 minuti con la Germania Ovest) e senza gol. Un Santamaria in stato confusionale fin dall'inizio del torneo gli preferisce Satrustegui, trascurando lui e Santillana. Il rapimento è dimenticato, ma a 33 anni la sua carriera stava volgendo al termine anche se al Barcellona farà in tempo a giocare con Maradona.