Calcio

Il solito premio di Messi-CR7 e la vera Scarpa d'Oro

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Il trofeo per il 2016-17 è andato al fuoriclasse del Barcellona, con il paradosso che la sua importanza era in proporzione maggiore quando erano favoriti gli attaccanti dei campionati più facili...

La consegna dei premi calcistici fuori tempo massimo è una cosa che fa stizzire gli appassionati, anche nel pianeta ci sono problemi peggiori. Però la Scarpa d’Oro appena consegnata a Lionel Messi rimane un premio con un buon nome: il fuoriclasse argentino se l’è aggiudicato per la quarta volta in carriera, grazie ai 37 gol segnati nella Liga 2016-17, che significano 74 punti visto che il campionato spagnolo è quello che ha il coefficiente di rivalutazione massimo, cioè 2. Contrariamente a quanto avveniva in passato, nei primi posti ci sono tutti giocatori di campionati di primo livello: Dost, Aubameyang, Lewandowski, Suarez, Kane, Dzeko. Messi aveva vinto il premio di miglior cannoniere dei campionati europei nel 2009-10, nel 2011-12 (con 50 gol…) e nel 2012-13. Questa è quindi la prima Scarpa d’Oro che vince al di fuori dell’era Guardiola-Vilanova, ma più che altro è la prima da quando ha una reale concorrenza in attacco fra i compagni di squadra (anche se nel 2009-10 c’era Ibrahimovic).

La storia di quella che nasce come Soulier d'Or (il premio era infatti stato creato dall’Equipe) è molto interessante, perché fino al 1991 si teneva conto dei gol segnati nei campionati nazionali senza correttivi, ponendo sullo stesso piano le difese della serie A con quelle del campionato cipriota. È per questo che in questa sua prima fase a volte il premio è stato vinto da fenomeni (Eusebio, Gerd Müller, Van Basten), ottimi attaccanti (Krankl, Fernando Gomes, Rush, Hugo Sanchez, Stoichkov) ma anche buoni giocatori di rango nemmeno paragonabile a un Messi: Georgescu, Kaiafas, Polster, Çolak, per chiudere nel 1990-91 con Darko Pancev, in Italia giudicato con sufficienza ma fra le stelle della Stella Rossa Belgrado campione d’Europa.

L’edizione più famosa è quella 1987-87 che Rodion Camataru vinse segnando 44 gol nel campionato rumeno, con la maglia della Dinamo Bucarest a cui era appena passato dopo una vita nell’Universitatea Craiova. Camataru, che era in ogni caso titolare nella nazionale rumena, segnò nelle ultime giornate una quantità industriale di gol sospetti, 21 nelle ultime 7 partite, con avversari che si scansavano. Certo non c’erano prove dello scansamento e per tre anni il premio rimase al rumeno prima che fosse assegnato a Polster anche se non è tuttora chiaro se all’austriaco sia stato dato un trofeo di indennizzo o proprio il trofeo sia stato tolto a Camataru. La Dinamo era una delle due squadre dei poteri forti rumeni, e stiamo parlando della Romania di Ceausescu: espressione della polizia, quindi del ministero dell’Interno, mentre la Steaua lo era dell’esercito. Certo è che l’operazione Scarpa d’Oro sarebbe stata ripetiuta due stagioni dopo con Dorin Mateut, centrocampista ma sempre della Dinamo, con 43 reti. Insomma, la Scarpa d’Oro era arrivata al punto di non ritorno e nel 1991 l’Equipe, per colpa anche di questi numeri rumeni, disse basta.

Cinque anni dopo il premio è rinato sotto la regia di European Sports Media (per l’Italia ne fa parte la Gazzetta dello Sport), rivalutando ogni gol in base alla posizione a livello di coefficiente UEFA delle nazioni in cui viene segnato. Questo non ha impedito di consegnare il trofeo ai vari Machlas e Jardel, però ha dato molte chance in più a chi gioca in campionati importanti e addirittura in serie A, come il Toni 2005-06 e il Totti dell’anno seguente. Cristiano Ronaldo e Messi sono 4 pari in questa loro ennesima sfida infinita in cui si spartiscono l’ennesimo premio, anche se chiaramente scalda di più il cuore ricordare l’età della Scarpa d’Oro in cui sul podio finivano attaccanti che non avevamo mai visto e che avevamo sentito nominare soltanto grazie al Guerin Sportivo. Da McGaughey (Linfield) a Eriksen (Servette), da Rodax (Admira Wacker) a Danek (Tirol), da Fekete (Ujpest) a Risi (Zurigo), la vera Scarpa d’Oro era quella. Quasi un paradosso: questo premio contava di più, soprattutto per la carriera di chi lo vinceva, quando era meno credibile.