Altro

Barcellona campione, la faccia di Luis Enrique

Il finale della Liga con il Barcellona campione è stato abbastanza scontato, visto che le avversarie all'ultima giornata di Barcellona e Real Madrid (rispettivamente Granada e Depor) erano al tempo stesso modeste e demotivate. Anche se entrambe le partite, viste in contemporanea, hanno mantenuto una dignità di fondo e salvato almeno le apparenze, con i discorsi sui premi a vincere 'incrociati' archiviati ma probabilmente non infondati. Da quando siede sulla panchina blaugrana, cioè dall'estate 2014, Luis Enrique ha vinto due campionati su due, insieme a una Champions League (l'anno scorso in finale sulla Juventus), un Mondiale per Club, una Supercoppa UEFA e una Coppa del Re (con la seconda possibile, fra una settimana in finale con il Siviglia): non proprio un palmares scontato, considerando sia il Real sia la nuova e costante dimensione dell'Atletico Madrid. Non ci vengono in mente altri grandi tornei nazionali con tre squadre, e che squadre (le due non vincenti si giocheranno la Champions a San Siro), a giocarsi quasi fino alla fine il titolo, ma i meriti dell'ex allenatore di Roma e Celta Vigo vanno al di là della vittoria con una squadra storicamente sempre piena di fenomeni (6 giocatori più 3 suoi scarti di extralusso, Ibrahimovic, Yaya Touré e Alexis Sanchez, sui 23 della lista per il Pallone d'Oro 2015) e che comunque è arrivata al titolo nazionale numero 24. Con il tocco in più di Suarez 'Pichichi' a quota 40 gol, in una squadra che certo non è obbligata a giocare soltanto per lui. Onore delle armi per Zidane e le sue 12 vittorie consecutive, ma anche per Cristiano Ronaldo: non è capocannoniere della Liga ma per il sesto anno di fila ha segnato più di 50 gol in stagione. Quest'anno 51, nel 2014-15 61: l'unico aspetto infinito della sua sfida infinita con Messi è cha la diamo per scontata. Fra poco la rimpiangeremo. Tornando al Barcellona, bisogna dire che Luis Enrique non è esattamente un allenatore dai principi tattici flessibili, visto che mai deroga da un'interpretazione ortodossa del 4-3-3, ma con intelligenza non chiede alla squadra di giocare a tutta per 90' tutte le partite: è un maniaco della preparazione fisica (anche della sua personale), ma come l'ultimo dei tifosi sa benissimo che giocando con calma, senza intasare gli spazi, prima o poi i tre tenori davanti troveranno la strada giusta. Visto che quando le cose vanno male il primo colpevole è l'allenatore, va anche detto che mai nella storia del calcio si sono visti tre fuoriclasse integrarsi così bene sul piano umano, al punto di esagerare (soprattutto Neymar) in altruismo e ricerca dell'assist. Poi è giornalisticamente scontato rapportare tutto a Guardiola e al guardiolismo, non ci tiriamo indietro e non ci nascondiamo dietro alla statistica che dice nelle ultime 8 stagioni il Barcellona non ha vinto la Liga soltanto l'ultimo anno di Guardiola (primo il Real di Mourinho) e in quello dell'inadeguato Tata Martino (primo l'Atletico di Simeone). Non è arrivata la Champions League, ma dopo l'uscita con l'Atletico nei quarti dopo due partite di intensità clamorosa Luis Enrique è stato bravo nel ripartire dimenticando l'arbitraggio e anche le prove 'normali' di alcuni dei suoi. Senza fare della psicologia a buon mercato, la differenza nello stile di gioco è evidente: riduzione del tiqui taqua, imposta anche dall'avere tre attaccanti veri quasi sempre in campo (va detto che l'Iniesta di adesso non può più giocare davanti come faceva a volte ai bei tempi), più cambi di gioco e meno passaggi corti, ma soprattutto lanci in verticale a costo di essere meno belli e un po' più in affanno rispetto al Barcellona di Guardiola nel gestire le situazioni di vantaggio. Diciamo anche che Luis Enrique, che comunque da giocatore al Barcellona ci è stato 8 anni (arrivando dal Real Madrid...), è meno sensibile di Guardiola alla retorica della cantera e dall'orgoglio catalano, atteggiamento che rende poco caldi nei suoi confronti alcuni giornalisti di Barcellona. Però parlare di 'mano dell'allenatore', anche per una rosa di questo livello, si può. E la squalifica FIFA terminata pochi mesi fa permetterà di diventare ancora più forti. Evitiamo di erigere statue equestri a un tecnico che non aveva ai suoi ordini la rosa del Levante, ma le grandi macchine hanno comunque bisogno di grandi piloti.