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Messi, 50 gol da straniero

Diamo troppo per scontata l'esistenza su questo pianeta di Lionel Messi, così come quella di Cristiano Ronaldo o di Ibrahimovic. E forse soltanto dopo il loro ritiro apprezzeremo fino in fondo la loro grandezza assoluta, degna di quella dei grandi intoccabili (Di Stefano, Pelé, Maradona, Cruijff) ma dovendo davvero per 40 settimane all'anno giocare al massimo, o quasi, ogni tre giorni. Contro la Bolivia, nella qualificazioni mondiali, il 29enne di Rosario ha segnato su rigore il suo cinquantesimo gol nell'Albiceleste, in 107 partite. Cifra tonda, da celebrare, anche se il vero traguardo sono i 54 di Batistuta (in 78 partite), numero uno nella storia della sua nazionale. Sembra poi una sceneggiatura già scritta il fatto che i gol ufficiali in carriera, giovanili escluse, siano adesso 499 (ovviamente 449 quelli nel Barcellona, in 520 partite), con il Clasico sabato sera: in un mondo perfetto Messi segnerebbe il gol numero 500 al Real Madrid ed è probabile che accada davvero. Ma al di là delle cifre siamo rimasti colpiti dal sincero affetto che il Kempes (fa sempre impressione uno stadio intitolato a un vivente, per quanto famoso come il capocannoniere di Argentina '78) di Cordoba ha riservato a Messi, mai troppo amato in Argentina, ritenuto dalla corrente più trombona della critica troppo freddo, troppo poco argentino e, tutto il mondo è paese, perdente perché con l'Argentina ha perso tre finali importanti. L'ultima accusa si commenta da sola: con due finali di Coppa America, l'ultima finale Mondiale, l'oro olimpico di Pechino. L'impressione di freddezza nasce evidentemente dal confronto con Maradona: entrambi leader tecnici ed emotivi delle proprie squadre (Messi non ha avuto problemi a scontrarsi nemmeno con compagni come Ibrahimovic), Maradona era un'icona popolare che Messi non sarà mai e questo condiziona anche i nostri giudizi di oggi. Perché con il metro di quelli del 'Messi perdente' potremmo dire che senza il gol di mano a Shilton il palmares di Maradona sarebbe stato di poco superiore a quello di Bruscolotti. Più sottile e cattiva l'accusa di scarso patriottismo, invece, non a caso è quella che Messi soffre di più essendo legatissimo a Rosario, dove finanzia iniziative di qualsiasi tipo e dove fa sempre balenare l'ipotesi di un ritorno al Newell's per chiudere la carriera. Tutto questo nonostante viva in Catalogna dell'età di 13 anni e mezzo, con il primo anno di permanenza rovinato da un contenzioso portato avanti dal vecchio club, che gli impedì di disputare partite ufficiali. Senza poi andare a rivangare storie stranote e a doppio taglio, come il finanziamento delle cure mediche che gli negarono non soltanto il Newell's, ma anche tutti i grandi club argentini a lui interessati. Nonostante Messi sia diventato Messi al Barcellona, mai ha preteso un'estate di riposo: dal 2006 ad oggi tre fasi finali di Coppa del Mondo seulle tre possibili, tre su tre di Coppa America, i Giochi Olimpici del 2008 (nel 2012 l'Argentina non si è qualificata), più altre partite ufficiali e amichevoli più o meno di lusso che si sarebbe potuto (e gli avrebbero dovuto) risparmiare. Contrariamente al luogo comune, nel calcio in generale e in quello argentino in particolare i profeti in patria sono stati molti. Ma Messi non sarà mai tra questi, senza un vero perché.