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Alessandria-Milan e la panchina di Rivera

Pensando ad Alessandria-Milan, imprevista ed imprevedbile semifinale di Coppa Italia nel giorno in cui la società rossonera insieme a tante altre è toccata dalla cosiddetta Operazione Fuorigioco, è inevitabile citare Gianni Rivera, grande ex con entrambe le maglie anche se da Alessandria è andato via ancora adolescente. Nella discussione sul più grande calciatore italiano di sempre il suo nome è uno dei pochi ad avere sicura cittadinanza, mentre non è discutibile che fra i giocatori forti lui sia stato fra i primi (insieme ad altri significativi della sua generazione, come Bulgarelli, Mazzola, Riva e Zoff) a proporsi al pubblico come essere pensante e non come puro strumento di consenso. Di sicuro Rivera ci ha messo la faccia più di tutti, entrando in rotta di collisione con il potere vero, non soltanto quello calcistico. Non è poi così difficile capire come mai il Rivera dirigente sia stato fatto fuori da Berlusconi all'inizio del suo trentennio: né il presidente rossonero né Galliani hanno mai amato i grandi ex, con poche eccezioni, in più a metà anni Ottanta era ancora troppo fresco il ricordo della scalata al potere di Rivera fatta da giocatore. La chiave dell'ostracismo nei confronti di Rivera da parte anche del resto del calcio italiano è tutta qui: lui è stato il primo e l'unico ad osare l'inosabile, il calciatore che ambisce a comandare nel calcio o addirittura farlo governare dai tifosi attraverso manager eletti. Da ricordare la guerra con Buticchi, presidente rossonero in quel drammatico 1975: in seguito alla trattativa con il Torino per la sua possibile cessione (in cambio di Claudio Sala) e ad altri screzi Rivera, sapendo di avere dalla sua parte il popolo rossonero, iniziò una battaglia contro Buticchi e l'allora allenatore del Milan, Gustavo Giagnoni. Memorabili certi scenari giornalistici dell'epoca (non mancò neppure l'ipotesi di un passaggio all'Inter di Fraizzoli), ma in concreto quella fu una lotta fra il Giocatore e il Sistema, inteso non come modulo tattico ma come struttura politico-sportiva. Con l'appoggio del finanziere Franco Ambrosio il capitano del Milan fece un'offerta per la maggioranza delle azioni (due miliardi di lire, in pratica la stessa cifra che quell'estate il Napoli spese per Beppe Savoldi stabilendo un record) e Buticchi fu ad un passo dall'accettarla... Poi senza un vero perché, se non le pressioni di altri presidenti e della stessa FIGC, fece marcia indietro e confermò tutti, da Rivera che avrebbe giocato altre quattro stagioni a Giagnoni che invece sarebbe stato esonerato pochi mesi dopo. Anche Buticchi avrebbe passato presto la mano, mentre iniziava la carriera in panchina Trapattoni con Rocco supervisore, proprio ad un altro imprenditore di osservanza riveriana, Vittorio Duina, che dopo un periodo sostanzialmente triste vendette tutto a Felice Colombo. Poi l'era di Giussy Farina, con Rivera vicepresidente, ed il quasi regalo (c'erano sì debiti, ma anche un notevole patrimonio giocatori) della società a Berlusconi. Ripetiamo: ci sta che Berlusconi non abbia voluto tenersi in casa un personaggio ingombrante. Ci sta meno che per un quarto di secolo, fino alla chiamata di Abete per il settore giovanile e scolastico, se lo sia dimenticato anche il resto del calcio italiano. Poteva tranquillamente essere il Platini italiano e da politico di vari partiti qualcosa per lo sport ha anche fatto, ma il sapore è quello di una carriera dirigenziale sprecata. Dopo aver letto la sua recente e dettagliatissima autobiografia, 'Gianni Rivera ieri e oggi', ci è venuto in mente il nome di una vecchia trasmissione con lui ospite su un canale locale milanese: 'La panchina di Rivera' (una grande edizione insieme a Gianni Brera, non certo il suo massimo estimatore, televisione pionieristica e sublime). Una panchina senza una giustificazione proponibile al pubblico, come quella dei Mondiali 1970 ispirata dal capodelegazione Mandelli, ma molto più amara. Twitter @StefanoOlivari