Calcio

Il solito Higuain e la migliore Inter di Mancini

In dieci si gioca meglio che in undici, diceva il Barone. Il basso baricentro della squadra costringe i difensori a dare il via alla manovra e l'uomo in meno li obbliga, insieme ai compagni, a dispensare delle buone prestazioni tramutando la mancanza in virtù. Più nel contenuto che nella forma, il lascito di Liedholm viene preso in prestito da Mancini che lo riadatta - involontariamente - per la notte più importante dell'anno. Accade al San Paolo, per buona parte del secondo tempo, dopo la doppia ammonizione riservata a Nagatomo, la cui scelta infausta ha già fatto cadere nel dimenticatoio l'ottima e sorprendente gara del giapponese contro la Roma di inizio novembre. Ora sì che si può dire, anche se il rischio è quello di far aleggiare l'alone del controsenso o dar spazio a una provocazione lanciata ad hoc: il vigore dell'Inter scopre la sua inspiegabile sorgente in un contesto di macerie, giocando a viso aperto - senza alcuna paura e in inferiorità numerica - davanti al Napoli, la banda più in forma del campionato e che più delle altre è riuscita a trovare un senso ai termini 'cultura' e 'lavoro'. Il 2-2 avrebbe permesso di rasentare i più alti piani della lirica, provocandone una rimodulazione da tramandare ai posteri. La manona di Reina, sul finale, è quella di San Gennaro, non ci sono altre spiegazioni. La città torna in testa alla classifica dopo 25 anni, allora gridando per Diego, oggi per Gonzalo. Numero uno del campionato per evidente distacco, in grado di costruire un'azione in solitaria e finalizzarla nel modo più roseo. La seconda rete è il manifesto, in chiaro tono declamatorio, della strapotenza fisica e tecnica che appartiene al centravanti, al di là del fatto che Miranda e Murillo abbiano acconsentito al richiamo di Mosè e all'apertura della difesa. C'è stato un errore, chiaro, ma in quanti avrebbero portato a compimento un risultato del genere? Chi sorprende nella seconda Inter è senza dubbio il tuttocampista Ljajić, ora da naturale esterno ora da pseudo-regista, scintillante nella sua forma fisica ed egregio nel rendimento, quattro volte più sicuro degli attuali colleghi di reparto alla Roma. «Abbiamo dato tutto» dirà a fine partita. Parole che finalmente arrivano veritiere. Non vorremmo essere nei panni di Sarri perché adesso il lavoro diventa ancora più duro. Restano da capire le ragioni del crollo fisico nel finale nonostante il vantaggio nel numero degli uomini, che si è tramutato in paura e impazienza di buttar via il pallone, circostanza che quasi mai aveva incontrato il bel Napoli. Nel frattempo si goda il primato, più che mai meritato. @damorirne