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Omar Sivori, il "vizio" di Gianni Agnelli

Compierebbe oggi ottant’anni, Omar Sivori, uno dei giocatori più anarchici e peperini del nostro calcio. Genio ribelle e provocatore, fu il primo Pallone d’oro prodotto dalla Serie A, anno 1961. Argentino di San Nicolás de los Arroyos , vinse il premio come italiano, essendo ai tempi riservato ai soli giocatori europei e dunque maturato grazie alla seconda nazionalità. Giocò anche qualche partita nella nostra nazionale, prendendo parte alla sfortunata edizione dei Mondiali cileni del ‘62. Da calciatore, il suo nome è legato a tre squadre: River Plate, Juventus e Napoli.  Con il club di Buenos Aires vinse tre campionati argentini e si impose come uno dei più forti calciatori del Sudamerica, componendo un quintetto eccezionale con l’Albiceleste assieme a Omar Corbatta, Humberto Maschio, Antonio Angelillo e Osvaldo Héctor Cruz. I famosi “Angeli dalla faccia sporca” che vinsero la Copa América nel ‘57. Un successo che suggellò la sua esperienza sudamericana, prima del trasferimento alla Juventus. Con la Signora, segnò 135 reti in 215 partite, sfondando in tre occasioni il muro dei venti gol e aggiudicandosi nel 1960 la vetta della classifica marcatori. El Cabezon, il testone, in bianconero, formò una coppia micidiale col gallese John Charles, classico esempio di opposti che si attraggono. Bassetto, spettacolare, dribblomane, tatticamente anarchico, alla ricerca dell’umiliazione all’avversario e dal carattere litigioso il primo, che sommò in totale trentatré giornate di squalifica (praticamente, un campionato intero!). Alto, grosso, mite e pragmatico il secondo. L’immagine che racchiude i due caratteri è lo schiaffo rifilato davanti a tutti da Charles a Sivori, che stava, come suo solito esagerando, scatenando una rissa in campo. A Torino fu l’idolo dei tifosi per otto anni (dal 1957 al 1965). L’avvocato Agnelli andò in visibilio per le sue giocate e lo elesse il suo pupillo, o meglio il suo “vizio”. Esaurito il periodo bianconero cambiò aria, dopo tre scudetti e tre Coppe Italia vinte e nel 1965 salpò a Napoli, anticipando di una ventina d’anni il discorso di Maradona - altro genio con le medesime caratteristiche: argentino, mancino, e con il numero 10 sulle spalle. Il suo talento e i suoi calzettoni abbassati segnarono gli anni Cinquanta e Sessanta. Come scrisse il Guerino, per ricordarlo alla sua morte (17 febbraio 2005), Sivori rappresentava, con delle immagini in bianco e nero via via sempre più sbiadite, “il calcio quando era a colori”. Giovanni Del Bianco @g_delbianco