Calcio

Champions, prima rete di Correa: elogio alla città di Rosario

Quando a qualcuno scappa - anche per sbaglio - la parola "Rosario", in ogni parte del globo si assiste all'inchino di un appassionato di calcio. Sorvoliamo sugli aspetti extra pallone, perché il bel guaio sarebbe quello di spendere un'infinità di parole per il "Che", per Roberto Fontanarrosa o per Lucio Fontana, e concentriamoci unicamente sull'avvenenza dei figli sportivi che la "Cuna de la Bandera" - così è conosciuta in patria la città argentina - ha generato. Nessun rischio di rimanere delusi. Da Marcelo Bielsa, la cui importanza è stata tale da dedicargli uno stadio, quello del Newell's Old Boys, al "Flaco" Menotti, la guida tecnica del primo titolo mondiale dell'Albiceleste, passando per il "Tata" Martino. La lista non scema in intensità e splendore se dai tecnici si passa ai giocatori. Di Rosario è Leo Messi, anche lui come il "Loco" prodotto dei Leprosos prima della precoce partenza per Barcellona, uno dei vivai più pregiati (Valdano, Batistuta, Sensini), e di Rosario è l'altro straordinario interprete del fútbol che fa capo a Maradona, Angél Di Maria. Non avrà le fattezze di un angelo pure l'ultimo rosarino, che grande lo sta diventando partita dopo partita, Angél Correa. Nella serata di mercoledì è arrivata la prima rete in Champions con la maglia dell'Atletico, seppur nella sconfitta casalinga contro il Benfica. La storia del talentino - ha compiuto 20 anni a marzo - è una di quelle che riarmano la passione che troppo spesso sembra perduta. Nel luglio dello scorso anno il delicato intervento per la rimozione di un tumore al cuore, tra gli interrogativi dell'equipe medica: «Non sappiamo ancora se tornerà a giocare». Nel frattempo, Angelito, aveva staccato il pass per il calcio dei grandi: il San Lorenzo, il club del supertifoso Papa Francesco, accettò sette milioni e mezzo dai Colchoneros. L'idoneità e il ritorno in campo, in occasione della sfida tra Argentina ed Ecuador al Subamericano U20, da capitano e in compagnia del "Cholito", Giovanni Simeone, e dell'altro gioiello di scuola River, Sebastián Driussi. Nemmeno un'ora di gioco - chiaro, dopo 235 giorni di assenza - con una rete e due assist. E sempre con quella fascia alzerà il trofeo, sapientemente portato a casa dopo 12 anni dal ct Humberto Grondona, che quando vide il proprio campioncino posare con la nuova maglia dell'Atletico scrisse: «Después de tanto esfuerzo, te lo mereces Angel. Felicidades. Es lindo verte así». @damorirne