Calcio

Il cesso del San Paolo e il salotto del Filadelfia

«Mi vergogno del San Paolo. È un cesso». La bordata non proviene da un tifoso da bar rivale del Napoli, ma dal presidente partenopeo Aurelio De Laurentiis, il quale, attaccando il sindaco De Magistris, ha annunciato che sta pensando di costruire un nuovo impianto qualora il Comune non concedesse entro un mese la convezione per ammodernare il vecchio stadio di Fuorigrotta, casa del Napoli dal 1959 e già ristrutturato per il Mondiale del 1990, quando tra le altre cose venne aggiunta la copertura. Dose rincarata del presidente: «Al San Paolo dovremmo giocare gratis e invece lo strapaghiamo in cambio di cosa? Di una schifezza che ci viene concessionata il giorno dell’evento». De Magistris non è soddisfatto dell’investimento del patron azzurro (20 milioni di euro), ma De Laurentiis (che, en passant, ha etichettato come “cesso” anche Roma, mettendo tra le sue mire anche la gestione del sindaco della capitale, Ignazio Marino) ritiene un voltafaccia quello del sindaco, dal momento che «avevamo trovato a gennaio un accordo nel mio ufficio e non capisco questo  improvviso dietrofront». Il San Paolo è il secondo stadio italiano per capienza e rimane difficile pensare che venga abbandonato dall’oggi al domani, ma è palese il suo bisogno di una riqualificazione (e non è certo il solo, nel panorama del nostro calcio, che per Italia ‘90 ha preferito gettare alle ortiche l’occasione di ammodernarsi e ora non ha più i soldi per farlo). Il progetto presentato dal Napoli e affidato all’architetto Zavanella, è quello di una riduzione a quarantacinquemila posti, togliendo gli anelli inferiori. I lavori sarebbero dovuti partire a marzo 2016, ma questo nuovo stallo tra presidente e sindaco rischia di far saltare tutto. Entro la fine di ottobre, stando all’ultimatum di De Laurentiis, la situazione dovrebbe, in un senso o nell’altro, sbloccarsi. Per uno stadio storico che rischia di chiudere i battenti, ce n’è un altro, altrettanto storico, la cui riapertura è imminente e la notizia farà sicuramente piacere ai tifosi più nostalgici. È il Filadelfia di Torino, teatro negli anni Quaranta delle grandi imprese dei granata. L’ultima gara di campionato del Toro in quello stadio fu giocata nel 1963 (guarda caso proprio con il Napoli), prima del trasferimento al Comunale, l’odierno Olimpico (con la parentesi del Delle Alpi negli anni Novanta e primi Duemila). Poi, il Filadelfia subì un lento ma progressivo degrado: il Toro lo utilizzò come campo d’allenamento, fino a quando il degrado non avanzò al punto di doverlo abbandonare (crollarono persino delle parti). Negli anni si sono susseguiti i tentativi di riaprirlo, ma  alle intenzioni non sono mai seguiti i fatti. Finalmente l’ora x sembra essere arrivata e pare che dal 2016, il vecchio “Fila” rivedrà la luce. Il 17 ottobre (data non casuale: è la stessa della prima apertura, il 17 ottobre di 89 anni fa) partiranno i lavori. Il Toro continuerà a giocare all’Olimpico, ma il Filadelfia ospiterà la sede del club, il museo granata e le partite delle giovanili e inoltre tornerà ad essere il campo d’allenamento della prima squadra. Un pezzo di storia che viene recuperato in un’Italia generalmente abituata a calpestare il proprio passato e a cancellare i suoi ricordi. Giovanni Del Bianco @g_delbianco