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La regola di Pirlo e dello sceicco

La patria indignata è insorta in difesa di Andrea Pirlo, insultato dai tifosi dei New York Red Bulls che gli hanno dato, pensate, del vecchio. A lui, 36 anni, e a Lampard, 37, con lo striscione 'City Retirement Home' che li rappresenta disegnati con bastone e il mal di schiena. In Italia sarebbe lo striscione più civile di una intera stagione di serie A, senza andare più giù, negli Stati Uniti la cosa unita a uno pseudo-litigio fra qualche ubriaco in un bar ha creato un dibattito. Non ci sembra necessario ricordare la carriera delle due stelle del New York City, non ci sembra un delitto notare che che la MLS sta prendendo la china della vecchia NASL cimitero degli elefanti, grazie ad una interpretazione estensiva della cosiddetta 'designated player rule', più nota forse come 'Beckham rule', visto che nel 2007, quando venne istituita, sembrò quasi una legge ad personam (infatti il trentaduenne Beckham, dopo quattro anni di Real Madrid, andò a guadagnare ai Galaxy 6,5 milioni di dollari l'anno). Perché il punto è proprio questo: state qui a darci lezioni con il salary cap, il budget da non sforare, la programmazione e poi appena ne avete la possibilità strapagate il nome a sensazione? Senza addentrarci nei meandri di casi e sottocasi ricordiamo la parte principale della regola: che consente di mettere sotto contratto giocatori che farebbero sforare il salary cap, cioè il totale ingaggi consentito per squadra (cambia di anno in anno, attualmente è di circa 3,5 milioni di dollari). Nel corso degli anni ci sono state modifiche e i designated player possibili per squadra da uno (o due negoziando il diritto con l'altre squadre) sono passati a tre, più altre eccezioni per giocatori giovani che alla lettera della regola non potrebbero essere presi. Facendo proprio l'esempio del City, i soli David Villa (5.610.000 dollari per questa stagione lordi, tutto è al lordo nei paesi in cui si pagano le tasse), Lampard (6.000.000) e Pirlo (2.315.694) rappresentano il monte ingaggi di una squadra che nei grandi campionati europei potrebbe anche salvarsi. Va detto che con qualche eccezione, come queste citate, Giovinco, Kakà, Gerrard e poche altre, di questa possibilità quasi nessuno abusa perché nessuno negli Stati Uniti (nemmeno grandi realtà come l'AEG proprietaria dei Galaxy) ambisce a gestire una squadra in perdita strutturale. E in ogni caso nessuno ne ha tre del peso di quelli del City, che vuole applicare agli Stati Uniti gli stessi metodi da sceicchi che tanto successo hanno avuto in Europa: il City Football Group proprietario della neonata franchigia infatti è lo stesso gruppo proprietario del Manchester City, del Melbourne City e degli Yokohama Marinos. Lo stato di Abu Dhabi, in altre parole. La parte 'buona' della regola è evidente: consente a chi lo vuole di competere sul calciomercato con i grandi club europei. Quella cattiva è altrettanto evidente: soltanto giocatori al tramonto o che pensano di non poter sfondare ad alto livello vengono a prendere questi ingaggi nella MSL, tradendo l'idea originaria della lega che era quella di non ripetere l'errore capitale della NASL di Pelé e Chinaglia (Eusebio, Cruijff, Best, Beckenbauer, Neeskens, Deyna, Hurst...) , cioè quello di associare vecchie glorie alla ricerca degli ultimi soldi a giocatori locali mediocri. La MLS è riuscita a far crescere un'ottima classe media, con grandi benefici anche per la nazionale, ma i nuovi arrivati (intendiamo gli arabi, non i giocatori) rischiano di rovinare il giochino senza nemmeno portare il Beckham della situazione, che dà immagine a tutta la lega. La grandezza del calcio è che non si gioca con le figurine, gli asini vivi valgono sempre di più dei cavalli morti, ma arriverà presto il momento in cui davvero si andrà sull'obbiettivo di un grande club europeo. Ibrahimovic? Twitter @StefanoOlivari